di Marco Ercolani

Lo stretto sentiero
e noi, notturni, a traversarlo.
Dopo quale onda?
La mano, dall’acqua, modella foglie,
erba dove giaceranno
i superstiti, tornati a vedere 
corpi invisibili, là dove nulla si muove
e pensi che il mondo muoia 
ma dimentichi i mondi...
Dissolve la mente, il buio:
la luce è nelle dita che furono.
Il vento non soffia, il mare è morto.
Perché l’aria salata mi sfiora ancora?
Quando arrivò  il sole
non eravamo più laggiù:
sbarre, impronte, lacrime.
Quando arrivò non ci rialzammo.
Neve ovunque. Ossa
di corpi oltraggiati.
Ancora lacrime, e forse
l’unico abisso da cui piangere:
lacrime non per le cose perse
ma per me che cieco
comincerò a vedere.
Nessun sintomo, nessuna notte:
solo l’evidente tremito, privo di un nome.
A chi serve guardare dietro le case?
A chi, scrutando, ammutolisce
perché il mondo potrebbe non essere 
se lo guardi attentamente. Alla fine 
brillasse la carta bianca,
non più al servizio di parole e massacri.
Impossibile luce di quando le onde
ancora non erano onde
e si pensava un mare perfetto:
il vento assente ne concedeva la bellezza
ma poi iniziò la segreta la lunga 
agitazione 
l’increspato oceano
si volle isola nel sole
si rinunciò a viaggiare
sognando l’isola prima di partire:
tornando senza essere andati 
ritrovammo chi siamo.
Fare a meno del mondo
rispettando ogni ruga con grazia, guardando la linea,
quella celeste, che non osa essere mare.
Questa è la notte
in cui non fermare il pianto non spiegare
il dolore ma premere 
i polpastrelli sulle ciglia
perché quanto accade non esista.
Lo straniero ti trafiggerà
guardando chi sei
ma tu, battendo i palmi sulle cosce,
lo disarmerai.

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