Materia abietta. Spazzatura ed estetiche alla fine del Mondo 

Spunti per una rilettura del problema

di Chiara Caforio 

The article outlines selected insights from the thesis Abject Matter. Garbage and Aesthetics at the End of the World, framing waste as a hyperobject that destabilizes modern binaries such as nature/culture, human/ world, subject/object. Far from disappearing, waste infiltrates the biosphere, persists across deep temporal scales, and reveals our radical entanglement within the Earth system. Against dominant environmental narratives that moralize waste while concealing systemic overproduction, the article proposes alternative frameworks to engage with matter otherwise. An ecological future, it argues, requires not erasing waste but transforming abjection into care. 

Libertà/infestazione: due lati della stessa esperienza. 
Evocando un futuro pieno di passati, una libertà carica di fantasmi 
è sia un modo per andare avanti sia un modo per ricordare. 

Anna L. Tsing 

Nel panorama della riflessione contemporanea sulla materialità e sull’ecologia, la spazzatura emerge come un elemento chiave per comprendere il nostro rapporto con il mondo. Se l’idea stessa di rifiuto implica un atto di separazione — e, il più delle volte, la presunzione che esso cessi di esistere una volta rimosso dalla nostra vista — le enormi isole di plastica negli oceani, le microplastiche in circolo nel nostro sangue e gli scarti radioattivi destinati a perdurare per millenni, ci dimostrano che non esiste un altrove in cui confinare ciò che scartiamo. La spazzatura non scompare; al contrario, si insinua nel tessuto del mondo, interagisce con la biosfera e si ripresenta sotto forme impreviste e inquietanti. Essa si costituisce, perciò, come una delle grandi sfide del nostro tempo, un problema complesso che attraversa discipline e interseca saperi apparentemente lontani. Nel tessuto di questa riflessione collettiva, emerge la necessità di adottare nuove cornici interpretative del fenomeno, e di immaginare e sperimentare forme di relazione con la materia di scarto che traducano l’abiezione in cura.

Illusione dei binarismi

La modernità occidentale rappresenta la natura come un’entità passiva e armoniosa — simbolo di purezza incontaminata — e l’essere umano come una creatura eccezionale, una forza dominante che emerge dalla natura con il potere di trasformarla, preservarla o distruggerla. Si delinea così l’idea di una distinzione netta tra cultura e natura, tra umano e ambiente, tra soggetto attivo e oggetto passivo: una rappresentazione che cristallizza categorie e attributi, oscurandone l’ibrida reciprocità. In questo racconto antropocentrico del mondo, la natura si fa principio astratto e assoluto, anziché sistema di relazioni di cui l’essere umano e il suo agire sono parti integranti. Tale prospettiva — che esclude l’agency della materia e del non-umano e riduce la porosità del reale a un sistema dicotomico — finisce per idealizzarla come un’entità trascendente, ignorandone l’intreccio con la materialità e i corpi.

Spazzatura capro espiatorio

Lo stesso binarismo riaffiora nei discorsi sulla spazzatura, e le narrazioni ambientali mainstream contribuiscono a rafforzarlo adottando una cornice morale che demonizza lo scarto, piuttosto che il sistema che lo determina. La natura, nel ruolo di vittima, e l’umano, in quello di carnefice, sono letti come poli opposti della crisi, mentre il rifiuto, elemento ibrido-contaminante, deve essere espulso per ristabilire l’ordine e l’integrità di ciascuna categoria. In quest’ottica, il male è attribuito all’oggetto che contamina la purezza, piuttosto che alla relazione che intratteniamo con esso e con la materia in generale1.
In questo scenario, il problema sistemico della sovrapproduzione di scarti si traduce in una questione etica individuale e civica: la responsabilità del danno ambientale si sposta dalle industrie alle case dei consumatori, riducendo la spazzatura a un dilemma di gestione postuma più che di origine produttiva. Una narrazione strategica della problematica utile a mantenere intatto il sistema economico che ne è all’origine — che si accompagna a infrastrutture le quali, se ben funzionanti, nascondono la spazzatura dallo sguardo dei centri per allontanarla verso i margini.

Narrazioni performative

Le immagini di fiumi avvelenati o discariche immense, utilizzate da certi discorsi pseudo-ambientalisti per spronarci all’azione, finiscono spesso per rinforzare tale logica dualistica. Così, dopo un primo momento, l’indignazione si traduce in impotente smarrimento e angosciosa paralisi. Se l’impatto negativo dell’attività umana appare così ineluttabile, perché provare a opporvisi? Tanto vale rassegnarsi e continuare a consumare. Come osserva Gay Hawkins2, queste narrazioni sono performative: modellano gli immaginari collettivi e naturalizzano gli schemi che regolano il nostro rapporto con la materia, limitando la nostra capacità di immaginare nuovi modi di rapportarci al problema. Se tali prospettive semplificano la complessità del rifiuto e lo colpevolizzano per la contaminazione tra cultura e natura, quale tipo di cambiamento politico propongono? Quali strategie etico-politiche delineano per salvare l’umanità e il mondo naturale?

La fine del mondo e la scoperta di molti mondi

La crisi ecologica, la diffusione di agenti inquinanti, il riscaldamento climatico non sono semplicemente problemi da risolvere: sono espressioni di un mondo che non è più trattabile come subordinato e distinto dall’umano. Questa consapevolezza mette in crisi lo stesso concetto di mondo, inteso nella tradizione occidentale come un’unità coerente, un sistema chiuso, familiare e armonico di fenomeni, il fondale stabile su cui va in scena la vita3
La spazzatura — l’ibrido inquietante che dissolve i margini tra materia e cultura — rende evidente come sono tutte le cose su questa Terra: porose, causali, interdipendenti. Siamo invischiati all’interno di una rete di rapporti in cui ogni entità si dà innanzitutto come molteplicità. Così, nel contatto con lo scarto, sperimentiamo sulla nostra pelle che questo confine, come tutti gli altri confini, è qualcosa di puramente immaginario, una costruzione ideologica che prova a dare forma alla realtà. La natura non è l’ideale astratto di un equilibrio perduto, ma un’entità vibrante, segnata da disordine e conflitto, dall’ibridazione tra organico, inorganico e tecnologico, tra vita, non-vita e decadimento. È la trama stessa del reale. 
In questo scenario, il ruolo dell’umano si configura come una delle tante forze che modellano la vita sul pianeta, in una relazione di scambio e influenza reciproca con ciò che lo circonda: la fine del mondo coincide, così, con la scoperta di una molteplicità di mondi. 
La classica domanda «cosa bisogna fare per iniziare davvero a essere ecologici?» è come un pozzo gravitazionale in cui il pensiero ecologico rischia di restare intrappolato — scrive Morton4. Non abbiamo bisogno di fare cose straordinarie per diventare ecologici, lo siamo già: siamo esseri simbiotici, intrecciati con altri esseri simbiotici. Parafrasando Tsing — siamo circondati da molteplici modi di fare mondo, dobbiamo solo riorientare la nostra attenzione: ragionare con la spazzatura non ci salverà, ma potrebbe aprire la nostra immaginazione5. Come cambierebbe il nostro mondo se permettessimo a sempre più cose di esercitare un potere su di noi? E come cambieremmo noi, se ci riconoscessimo oggetti intrecciati nella complessità — attivi, passivi, in relazione — in un mondo quasi interamente composto non da noi?

Spazzatura ecologica

La spazzatura — melmosa, vibrante, colorata, persistente, tossica — apre squarci nel tempo e nello spazio e ci fa colare addosso un sacco di consapevolezze.
Ragionare sugli scarti in termini ecologici, significa, prima di tutto, accettare che essi si costituiscono come una componente essenziale del nostro vivere, e del vivere sulla Terra: un futuro ecologico non è un futuro senza spazzatura. Non è possibile pretendere un mondo in cui non siano prodotti scarti — ma è possibile cambiare il tipo di scarti che produciamo, la scala e i modi in cui lo facciamo, i significati che vi attribuiamo. La protagonista di questa storia non è né buona né malvagia: è il prodotto di specifiche relazioni con il mondo. Nascondere la spazzatura in piena vista e, al bisogno, incolparla dell’inquinamento ambientale significa occultare la nostra agency dentro questa rete, significa negare la possibilità di stabilire una relazione generativa con essa. Come ci insegnano i discard studies6, sono le modalità di produzione e gestione dello scarto a dirci qualcosa del mondo che li ha prodotti. Un’infinità di modi di produrre scarti, determina un’infinità di modi diversi di fare mondi, e viceversa.

L’articolo sintetizza alcuni concetti chiave della tesi di laurea magistrale in Nuove Tecnologie dell’arte Materia abietta. Spazzatura ed estetiche alla fine del Mondo, relatore Andrea Giomi, Accademia Albertina di Belle Arti, Torino, 2025.

Note 
1. Cfr. G. Hawkins, The Ethics of Waste. How We Relate to Rubbish, University of New South Wales Press, Sidney 2006. 
2. Ibidem
3. Cfr. T. Morton, Iperoggetti. Filosofia ed ecologia dopo la fine del mondo, Nero, Roma 2018. 
4. Cfr. Id., All Art is Ecological, Penguin Books, UK 2021. 
5. «It is time to pay attention to mushroom picking. Not that this will save us—but it might open our imaginations». Cfr. L. Tsing Anna, The Mushroom at the End of the World. On the Possibility of Life in Capitalist Ruins, Princeton University Press, Princeton 2015. Nel testo — tra etnografia, antropologia ed ecologia — Tsing segue le tracce del matsutake, uno dei funghi commestibili più pregiati in Asia, il cui commercio coinvolge l’economia informale di comunità di raccoglitori nomadi in diverse aree dell’emisfero boreale. Si racconta che, dopo la caduta della bomba atomica, la prima forma di vita a riaffiorare a Hiroshima sia stato proprio un matsutake: un fungo raro e prezioso, che accompagna l’autrice nella riflessione sulle possibilità del vivere tra le macerie del capitalismo. 
6. I discard studies sono un campo di ricerca interdisciplinare delle scienze sociali e umanistiche che studia lo scarto come fenomeno materiale, sociale e politico. I discard studies considerano che sistemi sociali, politici ed economici mantengono il potere scartando determinate persone, luoghi e cose. Per questo, piuttosto che concentrarsi sui rifiuti materiali come oggetto primario di studio, esplorano le maniere in cui risorse, pratiche, aree geografiche e persone vengono valutate o svalutate, divenendo dominanti o sacrificabili. Cfr. M. Liboiron, J. Lepawsky, Discard Studies. Wasting, Systems and Power, MIT Press, Cambridge 2022. 

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