di Chiara Caforio

Il lavoro si colloca in uno spazio di confine tra naturale e artificiale, tra arte e artigianato, interrogando il significato stesso di queste dicotomie attraverso un oggetto-simbolo: il centrino. Prodotto di una pratica manuale storicamente legata al lavoro domestico femminile — invisibilizzato, disciplinato e confinato alla funzione decorativa — il centrino si configura qui come dispositivo critico. L’intreccio, realizzato con la tecnica dell’uncinetto, è reinterpretato come processo organico: le maglie irregolari evocano ramificazioni miceliari, funghi, espansioni di muffe, ragnatele e trame vegetali. Ciò che era statico e ornamentale si trasforma in un organismo vivo, capace di dialogare con lo spazio, di propagarsi e contaminarlo. 

In questa metamorfosi, il gesto artigianale si emancipa dalla sfera domestica e decorativa per farsi atto di visibilità e resistenza: un corpo-trama, al contempo familiare e alieno, che intreccia connessioni tra l’arte delle donne, l’ecosistema naturale e l’idea di forma come processo in continua trasformazione. 

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