di Agnese Montanari
Cultural accessibility today represents a crucial challenge for museums. This contribution reflects on the role of museums as spaces of inclusion, exploring the concept of cultural accessibility with particular attention to the Deaf community and the use of Italian Sign Language (LIS). Following a theoretical introduction on the concepts of accessibility and Deaf identity — starting from the ideas of Paddy Ladd and the concept of ‘Deafhood’ — the text clarifies key aspects of LIS, dispelling common misconceptions and analyzing its linguistic structures. Sign Language holds a value that goes beyond its role as a communication tool related to disability: it represents a symbolic form of communication with universal significance.
L’accessibilità culturale è oggi una sfida cruciale per i musei. Non si tratta solo di eliminare barriere architettoniche, ma di ripensare il modo in cui l’arte viene raccontata, condivisa e vissuta. Rendere i musei realmente inclusivi è un atto politico e culturale, una risposta alla frammentazione del presente. I luoghi della cultura possono diventare infrastrutture di connessione e cittadinanza attiva.
“Le parole non sono mai solo ‘parole’. Usarle correttamente ci aiuta a relazionarci con la realtà e a combattere ignoranza e pregiudizi.” Cit. The Undeaf
Nel tempo, il modo di parlare della sordità ha subito una profonda evoluzione, riflettendo cambiamenti nella percezione sociale, nei diritti e nell’identità della comunità sorda. Il termine sordomuto ad esempio, un tempo diffuso, suggeriva erroneamente l’assenza sia dell’udito che della parola, promuovendo una visione medico-riabilitativa della sordità. La Lingua dei Segni veniva spesso scoraggiata, vista come un ostacolo più che una risorsa. In Italia, solo nel 2006, il termine “sordomuto” è stato rimosso dalla legislazione, in favore di “sordo”, riconoscendo che la comunicazione non si limita alla voce. Una svolta è arrivata con il concetto di Deafhood, sviluppato dall’attivista sordo inglese Paddy Ladd. Il termine, difficile da tradurre, descrive un processo di accettazione della sordità come parte dell’identità personale e collettiva. In questa visione, la cultura sorda – con le sue tradizioni e la sua lingua naturale – diventa centrale. Ladd distingue due approcci: quello medico, che vede la sordità come una perdita, e quello culturale, che la considera espressione di un’identità distinta. Il concetto di Deafhood si inserisce in quest’ultima prospettiva, promuovendo appartenenza, autostima e partecipazione attiva nella comunità sorda. Elemento chiave è la Lingua dei Segni, riconosciuta come lingua pienamente legittima, che garantisce libertà espressiva e accesso alla comunicazione. Per Ladd, “sordo” con la minuscola si riferisce all’aspetto clinico, mentre “Sordo” con la maiuscola indica chi si riconosce nella cultura sorda e nella propria comunità. Oggi, parlare di Sordi significa riconoscere una comunità definita non dalla mancanza di udito, ma dalla propria ricchezza culturale e linguistica. Non si tratta più solo di “includere” nel mondo udente, ma di riconoscere pienamente lingua, cultura e valore della comunità sorda. La Lingua dei Segni ha sempre sofferto stereotipi e pregiudizi. Alcuni “falsi miti” vanno chiariti. In primo luogo, l’uso scorretto dell’espressione “linguaggio dei segni”. È corretto parlare di Lingua dei Segni (come la LIS – Lingua dei Segni Italiana), non di “linguaggio”, perché la LIS possiede grammatica, sintassi e struttura proprie, esattamente come l’italiano o qualsiasi altra lingua parlata. Il termine “linguaggio” è generico e non implica un sistema organizzato; “lingua”, invece, indica un sistema linguistico completo, con identità e patrimonio culturale. Chiamarla “lingua” è una forma di rispetto. Anche se nella vita quotidiana spesso si usano i termini “gesti” e “segni” in modo intercambiabile, nel contesto della Lingua dei Segni è fondamentale utilizzare il termine “segni” per sottolineare che si tratta di un sistema linguistico con regole precise, e non semplicemente di movimenti del corpo privi di una struttura grammaticale. I gesti, infatti, sono azioni spontanee, talvolta anche informali, che possono essere compiute senza un significato universale o condiviso.
Un altro mito da sfatare è l’idea che esista una sola Lingua dei Segni universale. In realtà, ogni paese – e spesso ogni regione – ha la propria. Esistono infatti la LIS, l’ASL (American Sign Language), la BSL (British Sign Language), la LSF (Langue des Signes Française) e molte altre. È stato tentato lo sviluppo di una lingua segnica internazionale, simile all’Esperanto, chiamata International Sign, ma si tratta più di una codifica semplificata che di una lingua ufficiale. La ASL è oggi la lingua dei segni più diffusa a livello globale. La Lingua dei Segni non è fatta solo di mani: le mani sono solo una parte del corpo usata per comunicare. Le componenti linguistiche si dividono in manuali e non manuali, ma anche lo spazio gioca un ruolo fondamentale.
Componenti non manuali
Includono espressioni facciali, movimenti di testa, spalle, busto, e configurazioni delle labbra. Sono cruciali per:
- Distinguere significati diversi tra segni simili.
- Esprimere funzioni grammaticali (come frasi interrogative o negative), un po’ come fa l’intonazione nella lingua parlata.
Ad esempio, la posizione delle sopracciglia, l’apertura degli occhi o l’inclinazione della testa possono modificare completamente il significato di un segno. Per chi apprende la Lingua dei Segni, queste componenti risultano spesso complesse, ma sono essenziali per una comunicazione completa e naturale.
Componenti manuali
Si può segnalare con una o entrambe le mani. La mano usata è detta dominante: di solito è la destra per i destrimani, la sinistra per i mancini. La LIS si basa su parametri informazionali, detti cheremi, paragonabili ai fonemi delle lingue vocali. I cheremi sono unità minime prive di significato autonomo, ma fondamentali per costruire i segni.
I parametri principali della LIS sono:
- Configurazione della mano (forma e posizione delle dita)
- Luogo di articolazione (dove si esegue il segno)
- Orientamento della mano
- Movimento
Questa complessità, fatta di parametri manuali e non manuali, dimostra come la Lingua dei Segni non sia una semplice forma alternativa di comunicazione, ma una lingua completa, strutturata e profondamente espressiva che mette in campo una forma di comunicazione simbolica di valore universale. Comprenderne la grammatica, i codici e la ricchezza culturale è il primo passo per costruire una società realmente inclusiva.
Promuovere l’accessibilità nei musei significa riconoscere la diversità come una risorsa e non come un’eccezione da gestire. Integrare la Lingua dei Segni nei contesti culturali non è solo un gesto di inclusione, ma un cambiamento strutturale nel modo in cui concepiamo la comunicazione, la partecipazione e la cittadinanza. Riconoscere la LIS come lingua, valorizzare la cultura sorda e superare stereotipi ancora diffusi sono passi fondamentali per costruire spazi realmente aperti a tutte e tutti. I musei, in quanto luoghi di memoria e narrazione collettiva, hanno l’opportunità e la responsabilità di farsi promotori di questa trasformazione. Solo così potranno diventare luoghi vivi, capaci di rappresentare l’intera società nella sua pluralità.


Questo testo è una sintesi della tesi di laurea magistrale in Comunicazione e valorizzazione del patrimonio artistico e culturale: Segnare l’arte. La Lingua dei Segni nel contesto artistico museale, relatore Andrea Balzola, correlatore Cristian Lo Iacono, Accademia Albertina di Belle Arti, Torino, 2025.
Bibliografia
G. Gitti, sordo o Sordo?, Franco Angeli, Milano 2016.
P. Ladd, Understanding Deaf Culture: In Search of Deafhood, Multilingual Matters LTD, 2003.
H. Lane, R. Hoffmeister , B. Bahan, A Journey Into the Deaf-World, DawnSignPress, 1996.
O. Sacks, Vedere Voci, Adelphi, Milano 1990.
V. Volterra, La Lingua italiana dei Segni. La comunicazione visivo-gestuale dei sordi, Il Mulino, Bologna 2004.
Id., Lingua dei Segni, società, diritti, Carocci editore, Roma 2016.
