DU SILENCE! RELOAD…

Intervista a Luisa Castellani

di Paolo Masera

  • Come mai hai messo questa pagina di fumetti a mo’ di introduzione per questa nostra conversazione?

Eh già, scherzi a parte, la gustosa pagina di strips che abbiamo scelto di abbinare al nostro contributo a questo secondo numero della rivista R-esistenze, riassume esattamente il messaggio che da anni cerco di far passare ai miei studenti: tutto nasce, si manifesta dal silenzio, e quindi, senza silenzio non c’è né suono, né musica, né voce.

  • Stai andando in una direzione filosofico- escatologica? Vuoi dire che “dal suono della Hung, creatività propria della Vacuità”…?

Senza scomodare le tibetane sillabe generatrici di complesse visualizzazioni, restando solo al mio ambito musicale, penso al motto di John Cage “Happy new ear” che raccomandava di aprire le orecchie in modo nuovo per percepire (felicemente!) un nuovo mondo sonoro… La sua celebre partitura 4’33” è fondata proprio su questa capacità del silenzio di generare attesa, aspettativa diqualcosa, che, in musica, si traduce in emozioni, che, aldilà persino del suono stesso sono poi l’essenza dell’esperienza musicale. Intendo dire che la reazione a 4’33”, così come a molte altre partiture provocatorie di John Cage, può essere il nervosismo, l’ansia, persino l’avversione, oppure un senso di pace e rilassamento nel vuoto creato da questo momento di attesa collettiva condivisa con un pubblico. Sia le emozioni “positive” che quelle apparentemente “negative” scaturiscono dal silenzio, che pertanto va appreso come parte integrante della partitura musicale.

  • Cosa intendi per “apprendere il silenzio”? Tu lo insegni ?

Sì, sempre, soprattutto quando affrontiamo con i ragazzi partiture contemporanee di Berio, Kurtag, Cage, Aperghis passo intere lezioni a spiegare come “eseguire” il silenzio, che a volte, nelle partiture di questi ed altri autori del periodo dell’Alea, non è nemmeno notato in maniera convenzionale, cioè non è scritto con appositi segni sul pentagramma, come nella musica tradizionale, eppure riveste un’importanza anche maggiore!

  • Beh…curioso! E come si insegna il silenzio?

Un ottimo modo è cominciare con qualche elemento base di meditazione o mindfulness come usa chiamarla adesso in Occidente… Il nostro mondo occidentale è diventato così convulso nella sovrapposizione di attività, stimoli e informazioni della natura più disparata, che è diventato molto difficile sapersi fermare ad ascoltare anche solo lo stormire delle foglie degli alberi, le onde in riva all’acqua o le cicale in una pineta d’estate. Quindi comincio con insegnare loro principalmente ad ascoltare. L’ascolto èun’attività tutt’altro che passiva.

  • Cosa intendi con questo? Ti riferisci all’ascolto attivo insegnato dal metodo Tomatis?

Sì, esattamente, Tomatis ad esempio nel suo testo L’orecchio e la voce ci ricorda come sia complessa l’attività di ascoltare da parte dell’orecchio, all’interno del quale numerosi muscoli si devono mettere in moto affinché gli ossicini dell’orecchio interno si dispongano nella giusta posizione per realizzare l’ascolto migliore di tutte le frequenze, in particolare quelle acute, che ci circondano. E, guarda caso, quando l’orecchio è nella posizione migliore, anche la laringe trova il suo rapporto più fruttuoso con la colonna vertebrale per emettere la voce più ricca di armonici nel suo proprio timbro specifico per ciascuno, preciso, individuale come le impronte digitali!

  • Torniamo alle partiture di cui accennavi prima, vuoi parlare un poco del silenzio in Sequenza III di Luciano Berio?

Nella Sequenza III di Luciano Berio, il suo più importante brano per voce sola, il rischio, che tante volte ho visto correre alle voci che la studiano, è quello di una sovrapposizione eccessiva, turbinosa e quasi isterica di effetti, che non hanno (e non danno) tregua, né respiro neppure a chi ascolta. In questo caso insegno il silenzio come respiro. Inteso non solo come sospensione di gesti sonori, ma come scandaglio profondo delle proprie impressioni e sensazioni che sono poi, nel caso particolare di Sequenza, anche le dinamiche musicali. Qui Berio difatti non adopera i tradizionali segni di p, pp, mf o f per indicare i pianissimi o il mezzoforte, bensì indicazioni di emozioni, anche piuttosto ambigue come distant and dreamy wistful. Non sai con sicurezza se si tratta di qualcosa di bello o di brutto da cui sei distant o verso cui sei wistful

  • Dunque possiamo concludere questa nostra conversazione dicendo che “il resto è silenzio”?

… Mi sembra il modo migliore!

John Cage e Luisa Castellani, Torino, 1984

Luisa Castellani, cantante lirica interprete tra gli altri di Berio, Boulez, Bussotti,
Cage, Nono, Scelsi, professoressa SUPSI, docente di canto al Conservatorio di Lugano.

(https://luisacastellani.ch/)

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7 commenti

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