Monologhi e Corali dalla Voce edal Silenzio: fenomeni artistici

di Gabriele Romeo

A poco più di un mese dall’apertura della 59° edizione della Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, ho deciso di tracciare una breve riflessione sulle neo-contestualizzazioni narranti della “voce” e del “silenzio” rappresentate da alcune mie analisi e deduzioni ragionate in questi mesi.

Le opere rappresentano per me, almeno in questo contesto fenomenologico, le “voci”, mentre mi appaga poter immaginare il “silenzio” dato dallo spazio, il luogo nel quale concretamente si manifesta l’opera in una determinata azione circoscritta o aperta alla successione temporale.

Questo aspetto sussultorio sul quale dialogano, a loro modo, le arti visive ed uditive tra rappresentazioni “a solo” e “corali”, era già stato sdoganato a partire dagli anni ’60 grazie agli studi mappali sugli “intermedia” da Higgins (poesia, teatro, cinema, scienza, etc.), dalla lunga stagione del Fluxus, soprattutto in scultura, e nella sempre più dominante pratica della “site-specific art”. Ai giorni nostri una resa esplicativa nelle recentissime parole di Antony Gormley1 mi fanno riflettere sulla concezione corporale della configurazione “voce vs silenzio”:

“Considero il corpo la nostra dimora primaria.
Accedere a questo spazio interiore e imparare a conoscerlo, è necessario coltivare il silenzio e l’immobilità, una condizione che contrasta nettamente con quella del corpo che agisce. Questo silenzio e questa immobilità sono principi fondanti della contemplazione, ma anche della scultura.”

Il pensiero gormleyano è quindi una “dominanza” sulla riflessione del silenzio monologo dedotto dal corpo e dall’anima, una pausa alle riflessioni mediatiche, alla velocizzazione ultra-sensoriale delle pratiche analogiche e digitali che si evincono da quegli artisti collocati oggi tra la generazione Xennials (i nati tra il 1977-1983) e la Zoomer (1998 ca. -2003 ca.).
Inversamente, circa cinque secoli prima, in una rima incompiuta di un giovane Michelangelo Buonarroti2 potevamo leggere quanto segue:

“Sol io, ardendo, all’ombra mi rimango,
Quand’il sol de’ suoi’ raggi il mondo spoglia;
Ogni altro per piacere, e io per doglia,
Prostrato in terra, mi lamento e piango.”

Questa quartina è distesa, e nella sua semplicità lessicale sembra restituirci un inno al tramonto, una diapositiva del sentimento visivo, grazie alla voce che Michelangelo sottraeva dal suo silente e sofferto scrivere, parallelamente alla scultura e alla materialità fisica che diede alla sua rigogliosa ricerca artistica. Ivan Sukovic (b. 1981, Podgorica) invece ci fa riflettere sul concetto dell’esistenza di un “geospazio vocale e sonoro”, materializzando e fornendo alla sua scultura una nuova configurazione semantica ed estratta – nel caso della sua partecipazione a “The Art of Holding Hands3” – da riflessioni suggestionate in lui dal Manifesto Surrealista del 1924 di André Breton.
Sara Liuzzi nel suo saggio Il Silenzio suggerisce la seguente sintesi sul manifestarsi di tale azione sulle pratiche artistiche: “Parlare di silenzio nell’arte, nell’accezione più ampia del termine, è infatti cosa assai complessa e relativa poiché comprende e mette in atto una serie di interpretazioni, punti di vista, emozioni che possono differire da fruitore a fruitore.”4

Mentre tematiche sociali che convivono tra la cronaca urbana di Beirut, tra l’intimità dello spazio e del percepire il “silenzio” tra la “vocalità corale” di una folla glocale – immaginata a intrattenersi tra dialoghi e conversazioni intrecciate – si possono certamente intuire nell’installazione site-specific presentata all’interno del Padiglione Libanese, da Ayman Baalbaki (b.1975, Aadasyt Marjaayoun) in Janus Gate (2021): un abitacolo fatiscente, come una capanna vuota, nel quale poter spiare al suo interno dall’esterno. In questi termini si esprime l’artista, ascoltiamo la sua voce condivisa:

“Beirut è da centinaia di anni un mosaico, una sorta di laboratorio per le minoranze, dove le persone vivono insieme. Questa città è diventata in qualche modo un esempio del crollo della globalizzazione, un’immagine di un mondo frammentato in cui le nostre frontiere interne sono state imposte e hanno preso il posto delle nostre frontiere esterne. Altrimenti, come si giustifica il ripetersi di questi confini nel nostro mondo globalizzato? La mia installazione riassume il lavoro d’archivio della geopolitica regionale che ho iniziato diversi anni fa, ma questa volta in un contesto geografico più ampio.”5

Ed è così che la voce “a solo” dell’arte si intreccia alla “voce corale” che convive tra la politica e la società. Questo lo riscontriamo storicamente in Emilio Vedova, il quale con orgoglio affermava:


“Sono vissuto nell’atmosfera nazi,
ho combattuto contro il fascismo,
combatto oggi contro tutti i fascismi.
Questa è stata la mia filosofia,
perché io credo che un artista,
essendo una cosa profonda
e che tocchi nel profondo l’umano
non può accettare la sopraffazione.
Voi direte cosa c’entra
questo con la pittura?
Bene. Io vi dico … Questa è la mia pittura.”6


Libertà della voce come ragionamento, alternatività comportamentale nel pesare l’arte traendola dal tessuto sociale geo-politico, e aggiungendovi non per ultima la pratica tecnica della “pittura” intendendola come collante per sollecitare la mente umana.
Per concludere, Al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, lascia riflettere l’inscatolamento in alluminio dell’opera di Mike Winkelmann (b. 1980, Fond du Lac, Wisconsin) alias Beeple per la sua versione grafica e digitale in un NFT dinamico data alla sua opera intitolata Human One7 (2021). Un box a 16 LED da 16K, un’opera d’arte generativa e dinamica che può essere controllata e cambiare a distanza, grazie al controllo dell’artista. Un uomo è interamente vestito da astronauta e in lui si evidenziano i fluorescenti braccialetti sui polsi (giallo e blu) – un chiaro riferimento all’Ucraina – cammina ininterrottamente tra le macerie perse nel vuoto e tra le ombre degli scheletri dei palazzi.
C’è un profondo silenzio, nessun rumore, se non quello dei passi. Il viandante sembra muoversi in un’ampolla insonorizzata. E noi al di fuori di essa, guardiamo incuriositi alla nostra storia, alla battaglia della resilienza, annullando parole, offese, pianti, altresì immaginiamo con facilità l’astronauta come un supereroe corale che milita pacificamente e in silenzio per la salvezza dell’umanità verso l’ignoto.


1 Luca Massimo Barbero (a cura di), Luca Massimo Berbero in conversazione con Antony Gormley, in “Lucio Fontana, Antony Gormley”, Venezia, Marsilio, 2022, p. 124.

2 Valentino Piccoli (a cura di), Michelangelo Buonarroti – Le Rime,Torino, UTET, 1930, p. 18.

3 Jelena Bozovič (a cura di) The Art of Holding Hands, catalogo del Padiglione del Montenegro, pubblicato in occasione della 59 Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, Podgorica, Centar savremene umjetnosti Crne Gore, 2022, pp. 38-40.

4 Sara Liuzzi, Il Silenzio, nei linguaggi installativi, perforativi e multimediali, Roma, Gangemi Editore, 2019, p.10.

5 Nada Ghandour (a cura di) The World in the Image of Man, catalogo del Padiglione Nazionale del Libano, Édition Skira Paris, 2022, p. 86.

6 Dalla mostra Rainer – Vedova: Ora.Venezia, Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, Venezia, 2022.

7 Per un maggiore approfondimento si rimanda al seguente link con la conversazione di Beeple insieme al Direttore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Carolyn Christov-Bakargiev: https://www.castellodirivoli.org/mike-winkelmann-beeple-season-second

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