di Marco Gentilini
The idea of a global village, as imagined by Marshall McLuhan, seemed within reach in the early days of the internet, but quickly began to show cracks with the arrival of the new millennium. Today, the dominant digital paradigm is that of the platform: centralized environments built around visibility, economic exchange, and data extraction. This article explores why such structures fail to foster authentic communities and proposes an alternative, both conceptual and practical: hubs as livable digital spaces. By analyzing artistic practices that operate on the margins of platforms, it examines efforts to imagine and construct possible futures for cyberspace grounded in relationships, care, and coexistence. Hubs can be seen as points of gathering, temporary centers of shared activity. We are hyperconnected, yet we lack true spaces for togetherness. While platforms seek scalability and profit, hubs aim to build relational spaces where meaningful encounters matter more than the network itself. As Geert Lovink (2022) suggests, the goal is not global connection, but the creation of digital places where being together is possible, beyond the logic of markets and performance.
All’alba della diffusione di internet nella fine del secolo scorso, le prime forme di arte e sperimentazione nate online avevano al centro la comunità. Newsletter come The Thing (1991) e Nettime (1995), cominciarono ad unire individui di tutto il mondo grazie alle potenzialità del digitale. L’entusiasmo era palpabile, sembrava che le promesse della fantascienza raccontata nei romanzi cyberpunk, di un mondo nuovo e alternativo, si stessero davvero realizzando. In questi spazi innovativi, l’identità fisica, il genere o la nazionalità erano irrilevanti: chiunque poteva presentarsi per ciò che sentiva di essere, dialogare sulle proprie passioni, instaurare amicizie e persino contribuire alla costruzione di piccoli ambienti digitali di cura e supporto. Un’opera che rappresenta bene lo spirito di quell’epoca è Teleporting an Unknown State (1994-1996) di Eduardo Kac: una performance collettiva in cui utenti sparsi per il globo contribuivano, donando luce attraverso la webcam, alla crescita di una pianta distante. Un esperimento che racchiudeva l’idea di una comunità in evoluzione, che si prende cura del proprio spazio e degli altri, una narrazione della rete come luogo di incontro e responsabilità condivisa. Allo stesso modo, i forum rappresentavano micro-mondi autoprodotti, non vincolati dalle logiche commerciali, nei quali la socialità e il dibattito proliferavano spontaneamente. Tuttavia, guardando alla rete di oggi, l’idea di un “villaggio globale” o di una nuova utopia sembra sfumata. Prevale semmai una visione distopica, il termine “net blues” viene utilizzato per descrivere il senso di disincanto di chi aveva creduto nelle promesse dell’era digitale. Pur passando più tempo che mai connessi, il web appare sempre più deserto: saturo di contenuti, ma impoverito dal punto di vista relazionale e comunitario.
Che fine ha fatto quella carica utopica e dove sono finite le aspettative di un futuro di comunità diffusa? Per trovare una risposta, basta guardare agli snodi storici degli ultimi vent’anni: il crollo della bolla dotcom, spesso simbolicamente associato all’11 settembre 2001, ha drasticamente ridotto la frammentazione originaria del digitale, lasciando spazio a pochi grandi monopoli. Questa concentrazione di potere ha favorito il predominio delle cosiddette piattaforme (come i social network, i motori di ricerca o i marketplace digitali): ambienti che non si limitano a ospitare contenuti, ma governano la comunicazione, raccolgono e rielaborano dati e impongono regole invisibili agli utenti. In questo senso, come osserva il teorico dei media digitali Geert Lovink, esse agiscono da moderne macchine disciplinari, al pari di scuole, fabbriche o prigioni. Nei primi anni duemila, i blog personali rappresentavano ancora un modello di pluralità e autonomia: chiunque, con un po’ di competenze informatiche di base, poteva crearsi un’isola nel mare digitale, dando forma alla propria narrazione. Con il tempo, però, questi spazi sono stati superati e assorbiti dentro pochi grandi ambienti privati. Le piattaforme social, inizialmente attraenti per le loro promesse di personalizzazione e libertà, sono divenute ambienti dalle regole sempre più rigide: oggi la stragrande maggioranza delle comunicazioni transita attraverso WhatsApp, Instagram o Facebook, sempre più spesso aziende, associazioni e persino istituzioni rinunciano a mantenere un proprio sito web autonomo, scegliendo invece di affidarsi unicamente ad una pagina social. Questa omologazione ha sedato la spontaneità, le logiche commerciali antepongono il profitto a qualsiasi altra finalità, e così le società digitali genuine tendono a morire. Le dinamiche delle piattaforme, a differenza del mondo fisico, rimangono spesso invisibili agli utenti, che raramente hanno consapevolezza delle strutture profonde del digitale. Eppure, la percezione che qualcosa non funzioni serpeggia, un gruppo Facebook sembra lontano dalla costruzione di legami autentici, e la moltitudine online si traduce spesso in solitudine. Prendere coscienza di essere immersi in sistemi dominati dal profitto può aiutare, in parte, ad aprire gli occhi e cogliere le dinamiche di potere e di controllo che regolano la vita online. Non tutto però è perduto, ai margini delle stesse piattaforme, si creano ancora spazi intimi e significativi. Lo dimostra il caso raccontato da Federico Antonini e Sergio Savini nel libro Rasing Moths, un volume dove vengono raccolti i commenti nati sotto uno specifico video di YouTube (Watering a flower Haruomi Hosono 1984 cassette) trasformatosi per caso in uno spazio di confessione e cura collettiva, innescato da un imprevisto algoritmico. Questi interstizi ci portano a riflettere su quale rete sia ancora possibile. L’artista e ricercatore Ben Grosser, consigliando nuovi percorsi per i progetti digitali che ambiscono a ricreare vere comunità, individua quattro valori chiave: lentezza, minimalismo, pubblico e diversione critica. Servono cioè, media che si oppongano attivamente alle logiche della piattaforma capitalista, quella che impone come valori assoluti la velocità e l’efficienza, che siano piccoli e anti-scalari, accessibili e gestiti dalla collettività, e che aiutino a sviluppare una cultura della resistenza alle piattaforme stesse, offrendo reali alternative di socialità. Alcuni spazi collettivi esistono ancora: commons digitali, piattaforme open source, laboratori di riflessione in dialogo costante tra digitale e reale che rappresentano preziose riserve di sperimentazione e resistenza. Sono luoghi dove la logica del profitto lascia spazio alla collaborazione, alla condivisione e alla cura reciproca, e dove si tenta di ricostruire un senso di comunità che altrove sembra perduto. Tuttavia, la vera sfida non sta soltanto nel preservare e studiare le dinamiche di queste nicchie, ma nell’immaginare e progettare veri e propri traslochi comunitari: processi collettivi di migrazione della socialità verso ambienti nuovi, aperti e condivisi. Si tratta di ripensare le infrastrutture digitali non come gabbie standardizzate, ma come ecosistemi viventi, capaci di restituire alle persone la possibilità di costruire relazioni autentiche, spazi di dialogo, e persino forme di cura reciproca. Ripensare davvero una rete pubblica e sociale significa quindi accettare la complessità del digitale, affrontarne le contraddizioni e immaginare nuove pratiche collettive che siano inclusive e plurali. Non basta rifugiarsi nella nostalgia del primo internet: occorre avere il coraggio di sperimentare, di proporre alternative concrete, di immaginare infrastrutture che non siano soltanto tecnologiche, ma anche culturali e politiche. Alexander Galloway nel suo saggio Protocol descrive Internet come una delicata danza tra controllo e libertà. Il compito di oggi è provare a ribilanciare quella danza, sottraendo terreno ai monopoli delle piattaforme e restituendo spazio a comunità autentiche, capaci di includere differenze, generare legami e aprire varchi verso un futuro in cui la rete non sia più solo un dispositivo di sorveglianza e consumo, ma uno strumento di emancipazione e di vita comune.

