di Giovanni Ferrario 

This essay begins with the premise that the human community can—and must—continuously reflect on the anthropic, social, and cultural meaning of the collective, as well as on its relationship with the bio-environment to which it inherently belongs. Such reflection calls for attention to the awareness of the individual “cells” that compose the collective body, and to the organic form it takes. The article proposes a shift from Spinoza’s notion of the “strong individual” to that of a “strong community”: a community capable of cultivating a renewed sense of nature, animated by civic and civil commitment, and accountable for the care and understanding of nature itself. From this collective awareness, it becomes possible to rethink community practices—practices through which human beings may learn to inhabit both themselves and the natural world in a more virtuous and responsible way. 

Considera spesso la concatenazione di tutte le cose dell’universo
e il loro reciproco rapporto
Marco Aurelio 

La vita di un filosofo è inscindibile dal suo pensiero. Si potrebbe dire, più precisamente, che la vita di contemplazione è la contemplazione della vita, ossia l’espressione più limpida attraverso la quale l’osservatore di questa vita termina finalmente di pensare e vive pienamente la sua umanità. In fondo, ogni grande indagine filosofica, una volta avviata, cerca di seguire un desiderio inesausto di conoscenza e vitalità e di pervenire ad una vita serena, auspicabilmente condivisa con una comunità. Allora chi è l’uomo di cultura? Colui il quale, come ricordava Spinoza, pensa a tutto fuorché alla morte perché la filosofia deve essere sempre e con fermezza una meditazione di vita. Se lo è, tale meditazione si rivela impossibile senza un’autentica riforma della stessa vita, senza che vi si esprima cioè la metafora concreta di una ricerca di verità. Dunque, se tale verità è filosofica è anche verità di vita. 

Nel testo dal titolo Breve ma veridica vita di Benedetto Spinoza scritto dal teologo tedesco Johannes Colerus si racconta la vita del noto filosofo olandese. La biografia descrive i rapporti umani del filosofo come pacifici e cordiali, amichevoli e familiari. Spinoza era una persona riservata e gentile che sapeva temperare straordinariamente le sue passioni e che tendeva a perfezionare la comprensione della natura. In queste pagine, ricche di aneddoti e curiosi episodi, compare un singolare racconto di vita: “Quando (Spinoza) era in casa non era di peso a nessuno e stava la più parte del tempo tranquillo in camera sua. Tuttavia, stanco delle speculazioni, scendeva a chiacchierare con i castigliani di tutto ciò che capitava, anche di frivolezze. Oltre a ciò prendeva piacere a fumare tabacco con la pipa. Un altro passatempo era cercare ragni e farli combattere l’uno con l’altro o prendere delle mosche e gettarle nella tela del ragno: assisteva con grande soddisfazione a queste battaglie, fino a riderne. Usava poi il microscopio per osservare le più piccole mosche o zanzare e ne ragionava.” (Colerus, 2015, pp.77-78) 

Peculiare è il passo in cui si menziona del suo passatempo da entomologo. Quasi fosse un fanciullo che osserva con consapevolezza e distacco la natura che si compie inevitabile davanti ai suoi occhi. Quella stessa natura che porta le creature a divorarsi e a lottare, a soccorrersi e a persistere nel loro essere. I ragni, le mosche e gli esseri umani sono, nel sistema spinoziano, modi concreti attraverso i quali la Sostanza si manifesta. Sono corpi che si mescolano in una vita che si agita e che mostrano il ritmo di una sola Sostanza che eternamente si autoproduce e si trasforma. Perciò, in questo essere Sostanza, anche una mosca o un ragno è Dio. Così anche gli esseri umani, singolari e modali, fanno parte di questa Sostanza panteisticamente intesa, in quanto concrete potenzialità vibranti della vita. Viviamo quindi senza poter sfuggire alla nostra stessa natura, senza poter fuggire da Dio.

Ora, se noi siamo Natura e quindi modi concreti d’essere di Dio, se volessimo comprendere cos’è l’essere umano la prima cosa che è opportuno indagare è proprio la Natura, ossia Dio. Se questa nostra analisi vuole essere lucida e critica è necessario che si muova dalla prospettiva dell’eternità, che non ha relazione alcuna col tempo o la durata. Le cose, in quest’ottica, vengono percepite attraverso le loro essenze formali e nel loro giusto ordine intellettuale, nelle loro relazioni vere ed eterne. Ecco perché il filosofo, in quanto persona libera, considera le cose che potranno accadere in futuro con lo stesso affetto con cui considera quelle che risultano presenti. Dunque, cosa può considerarsi necessario alla natura e quindi alla natura umana? E ancora, come possiamo comprendere tale necessità, come possiamo capire noi stessi, la Natura e quindi Dio? È proprio a partire da questo desiderio di comprensione che si muove l’invito del filosofo. Comprendere ciò che si è già mentre diveniamo, ecco uno dei grandi inviti della filosofia. 

Questo significa cercare di capire se stessi, ossia la propria natura, ovvero l’essere umano come modo sostanziale. Comprendere quindi la sua etica, la potenza e i limiti della ragione e delle sue affezioni. Significa cercare di diventare, per quanto possibile, un essere umano libero e forte. Per raggiungere questa fortezza e libertà è importante tendere a una comprensione chiara e distinta degli affetti del proprio corpo e della propria ragione. Tale conoscenza rappresenta un notevole incremento della potenza della mente e dona all’esperienza umana gioia e letizia. Spinoza scrive a proposito dell’uomo forte:

“Un uomo guidato dalla ragione non obbedisce per paura ma, in quanto si sforzi di conservare il proprio essere secondo il dettame della ragione, ossia in quanto si sforzi di vivere liberamente, desidera d’osservare la regola della vita e dell’utilità comuni (…). Ma non ritengo che valga la pena di mostrare qui in dettaglio tutte le proprietà della forza di carattere, ed ancor meno di come un uomo di carattere forte non abbia in odio nessuno, non s’adiri con nessuno, non nutra invidia per nessuno, non s’indigni con nessuno, non disprezzi nessuno, e non ceda affatto alla superbia (…) e di come l’odio debba venir vinto contraccambiandolo con l’amore, e come chi sia guidato dalla ragione desideri anche per tutti gli altri il bene che desidera per sé.” (Spinoza 2009, p.251)

Il processo di liberazione di cui l’uomo forte si fa portatore è reso quindi possibile dalla coscienza di sé che l’uomo possiede e in forza della quale può riflettere sulla natura e sulla vita, in modo da giungere a concepirle adeguatamente. Libertà significa autodeterminazione, ossia agire, pensare e desiderare consapevolmente in base alla propria natura, cioè al proprio conatus. Si tratta di riflettere sull’umana limitatezza e sulle nostre fragilità, facendone non motivo di odio o di guerra ma di amore e ricchezza. Spinoza ricorda che l’opposto della libertà non è determinazione o necessità, ma costrizione o impulso da parte di una potenza esterna.

Tra le coraggiose proposte celate nell’idea di uomo libero vi è quella di portare la sua personale crescita etica verso la costruzione di una comunità forte ed emancipata. Quanto più gli individui sono inconsapevoli, invidiosi e mossi dall’odio tanto più la comunità sarà debole e impaurita dalle superstizioni. La sfida a cui siamo costantemente chiamati, in quanto esseri umani, è quella di costruire delle pratiche di vita comunitaria che rendano consapevoli le generazioni future, stabilendo dei rapporti virtuosi con l’ambiente di cui si è parte integrante e sostanziale. 

La persona libera produce una comunità libera mossa dalla pietas, ossia dalla benevolenza attiva. Una società è libera quando è capace di dialogare e accogliere con generosità, senso di giustizia e carità gli esseri umani che risentono maggiormente dell’influenza di passioni dannose. Partendo da un principio di imitazione attiva, vedere praticare diffusamente la gentilezza, essere virtuosi e desiderare la conoscenza spingerà i singoli individui della comunità ad amare e desiderare maggiormente la virtù e la conoscenza. Di questo sforzo individuale è chiamata a farne parte l’intera comunità. Sarà, infatti, nell’interesse dei singoli individui trattare il prossimo in modo giusto e caritatevole, aiutarlo a prosperare, aiutandosi a comprendere le ragioni delle passioni e i limiti della ragione. Gli esseri umani che si uniscono per cercare di autocomprendersi tendono quindi alla libertà. La comunità libera e forte è dunque la base per poter costruire un mondo libero e una vita forte, in questa costante tensione verso la ricerca di quell’unica Sostanza che da sempre siamo e che eternamente abitiamo. 

Bibliografia 

J. Colerus, Breve ma veridica vita di Benedetto Spinoza, in J. Colerus, J.-M. Lucas, Le vite di Spinoza [1994], a cura di R. Bordoli, pref. G. Agamben, intro. di F. Mignini, Quodlibet, Macerata 2015. 
B. Spinoza, Etica [1677], a cura di S. Landucci, Laterza, Roma-Bari 2009. 

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