di Bruna Peyrot
This paper addresses two main themes. The first concerns the reasons for establishing a School for Democracy in Torre Pellice, a town in the Pellice Valley about fifty kilometers from Turin, the capital of the Waldensian world. The second explores the meaning of democracy — not as a mere institution or a romantic sentiment, but as a way of life and a culture grounded in respect for others. Democracy is a “social fact” that represents the path toward all forms of social and civil emancipation.
Riflettere sulla democrazia in questo periodo di guerre, molte vicino a noi, fa sembrare strani. Proprio questi conflitti, tuttavia, la chiamano in causa, se non altro perché, scuotendone i princìpi, obbligano a riformularli per farli ricrescere rafforzati. Che ne è stato, per esempio, del diritto dei popoli all’autodeterminazione? Cosa significa una convivenza civile che comprenda le diversità? Cosa significa il dissenso all’interno di uno stato e la tutela delle minoranze? La non curanza, spesso l’irrisione, del diritto internazionale impone una nuova lettura degli equilibri mondiali in cui spesso il limite fra umano e disamano è travalicato. Kant afferma che «il diritto dell’umanità è ìnsito nella nostra persona» (Kant, 2020, p.37), ma chi può o deve fermare chi lo nega? Ogni guerra sfonda, anzi affonda l’umanità, riportando le società con le loro culture in un abisso. Oltre a ragioni economiche e di dominio, Freud sostiene che l’uomo porta con sé l’istinto di morte che emerge periodicamente, modellando pensieri di guerra che plasmano il consenso dei popoli. Questo clima, favorevole alla distruzione reciproca, prepara la guerra con la rappresentazione di un nemico oggetto di disumanizzazione in quanto avversario. Inoltre, evoca la relazione fra verità e politica, tema già affrontato da Hanna Arendt al processo Eichmann, il gerarca nazista che pianificò lo sterminio di sei milioni di ebrei, definito “massacro amministrativo”, ossia un atto burocratico che toglie la vita a persone che non si incontrano, come oggi l’uso dell’IA impiegata per bombardare i villaggi della striscia di Gaza. Esiste uno iato fra fatto e interpretazione che distrugge le nostre democrazie anche dall’interno. Spesso il loro tracollo inizia proprio dalle urne, con leader eletti che utilizzano il voto per stravolgerle. Spesso alla parola democrazia si affiancano aggettivi: diretta, imperfetta, populista, illiberale, liberale… Fin dove, tuttavia, si può allargare la sua qualificazione senza che la sua aspirazione, disillusa, non provochi un allontanamento dall’ideale stesso? Spesso, infine, si identifica la pratica democratica con la voce della società di massa, cosa ben diversa invece da una politica che la valorizzi. Lo afferma anche Alexis de Tocqueville nel suo lungo studio sulla democrazia in America, anticipando la psicologia del populismo: «Il popolo…deve sempre giudicare in fretta, attaccandosi all’oggetto più appariscente. Ne consegue che i ciarlatani di ogni tipo conoscono così bene il segreto per piacergli, mentre il più delle volte, i suoi veri amici falliscono» (Tocqueville, 2005, p.236). La democrazia, per essere tale, ha bisogno di alcuni valori, come i diritti civili e la laicità dello stato, oltre ad alcuni strumenti: partiti politici, diritto di riunione, indipendenza dei giudici. Inoltre, per continuare a esistere la democrazia deve diventare un fatto totale ossia diramarsi in tante dimensioni della vita sociale, dall’essere una condizione mentale a un’organizzazione istituzionale, da una formazione civica a una strutturazione economica. Richiede un humus umano conforme alle rappresentazioni etiche e concettuali della vita associata. Dice Gustavo Zagreblesky: «la democrazia non è un dono che viene dal cielo. Essa, per affermarsi, deve combattere perché è una sottrazione di potere necessaria per poterlo ridistribuire» (Zagreblesky, 2024, p.172).
La democrazia ha bisogno, dunque, di tanti strumenti per continuare a essere nutrita, per questo da quattro anni, grazie all’8°/000 valdese, a Torre Pellice (Torino), la Fondazione Centro culturale valdese, il Collegio con i suoi quattro licei, la Federazione delle chiese evangeliche in Italia, in collaborazione con Sapienza Università di Roma, hanno proposto una Scuola per la Democrazia, un luogo di apprendimento e di esercizio costante del pensiero critico. Le relazioni nate al suo intorno in questi anni (chiese, enti locali e culturali, sindacati…) ne dimostrano l’impellenza perché viviamo un’epoca in cui è diminuito l’interesse etico per una forma di governo che «ha la domanda facile e la risposta difficile» (Bobbio, 1984, p.26). I temi affrontati sono stati, in particolare, centrati sulle “culture” e le “parole della democrazia” – come libertà, responsabilità, bene comune, diritto e soprattutto dovere – perché se si perde il loro significato, si perde anche il valore dell’alterità. La parola, infatti, comunica la propria storia e la propria progettualità, così come, secondo le importanti lezioni di Adriano Favole, aiuta a ridefinire la posizione dell’umano, una fra le altre specie viventi, in un quadro di ecologia generale in cui la «cura per la vita», come invita Hans Jonas, diventi il necessario principio di responsabilità alla base di un’etica per la società tecnologica. La democrazia non è un semplice sentimento romantico. Richiede disciplina, impegno, condivisione di valori: è un permanente processo educativo. Ecco perché, abbiamo deciso di aprire la Scuola per la Democrazia, fondata su due momenti: il Laboratorio per studenti universitari e le Conferenze aperte a tutti. Proporla è stato anche un segno di speranza radicato nella storia valdese, fortemente intrecciata a pratiche democratiche. Se democrazia, infatti, significa, fra l’altro, dar valore alla facoltà di ogni individuo, donna e uomo, di eleggere i propri rappresentanti, allora i valdesi l’hanno praticata in momenti cruciali del loro difficile passato plurisecolare, fra persecuzioni e contrattazioni diplomatiche con i Savoia, loro autorità governante alla quale hanno riservato lealtà più che riconoscerne la sovranità. Un esempio fra i molti: nel 1532 essi votarono per alzata di mano, dopo una lunga corrispondenza con Ginevra, l’adesione alla Riforma protestante di Calvino, non senza una forte dialettica fra chi voleva continuare a essere movimento e chi invece diventare una chiesa visibile e stabile. Anche se a larga maggioranza, quella scelta, che si espresse sul prato di Chanforan in val d’Angrogna, non fu unanime. Il dissenso ci fu e fu tutelato attraverso una piccola delegazione inviata fino a Praga, per avere il parere dei Fratelli Boemi, comunità religiosa del XV secolo nata dal movimento di Jan Hus (1369-1414), anticipatrice del credo protestante. Con l’adesione alla Riforma, iniziò quel lungo percorso che portò i valdesi a elaborare due idee forti della modernità: l’idea di un soggetto la cui coscienza individuale, senza mediazioni sacrali, diventa centrale perché l’esteriorità della religione passa all’interiorità della fede, e l’idea che lo stato non è legittimato da una elezione divina, bensì basato su un patto fra eguali. Oggi più che mai questo passato di resistenza comunitaria non è una semplice pagina di storia. E’ un passato che ci sta davanti. Ci precede, non è un semplice passato chiuso in un patrimonio culturale. E’ un modo di pensare e una visione del mondo. E chiede di essere reso ancora parte della nostra coscienza collettiva.
Bibliografia
N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1984.
Fondazione Centro culturale valdese: fondazione valdese.org. Sul sito sono registrate diverse sessioni della Scuola per la Democrazia.
I. Kant, Per la pace perpetua, Editori Riuniti, Roma 2020.
A. de Tocqueville, La democrazia in America [1835], a cura di Mario Tesini, vol.1, Città Aperta, Troina 2005, .
G. Zagreblesky, Il mutamento genetico della democrazia in S. Fiori (a cura di), La Biblioteca di Raskolnikov. Libri e idee per un’identità democratica, Einaudi, Torino 2024.

