di Eleonora Furini
We live in a present where the great narratives perpetuated by the ruling class divide the population into «more human», deserving of protection and welfare, and «less human» to whom access to these rights is denied or restricted. To this end, animality is often instrumentalized: this concept alienates the «animal», human or not, presenting it as an alterity opposed to «humans» and their culture. In this article I aim to imagine a kind of collaborative and antispecist storytelling, which can respond to the need to reappropriate collective agency, so that communities can participate actively in dismantling the harmful policies that govern us, in constructing new socio-cultural spaces and the creation of sustainable futures. The «gatherer’s story» proposed here is based precisely on the deconstruction of binarisms and on the rejection of anthropocentrism in favor of a humanimal multispecies society, multi-identitary and fluid.
Nel corso di migliaia di anni l’essere umano ha fatto della socialità la sua tattica di sopravvivenza più efficace. La diversità culturale, il modo in cui ci interfacciamo quotidianamente con il nostro ecosistema e persino i nostri processi cognitivi, sono influenzati dalla capacità umana di creare narrazioni e di credere in esse. Nascono così i costrutti sociali, ovvero credenze condivise da vasti gruppi di persone che influenzano lo stile di vita di coloro che ne fanno parte, favorendo la collaborazione anche tra perfetti estranei. Lo storytelling ci ha condotto all’umanità così come la conosciamo e ancora oggi continua a ricoprire un ruolo fondamentale. Film, libri, pubblicità, campagne politiche: tutto intorno a noi racconta una storia. Arriva dunque il punto in cui è necessario chiedersi se siamo consumatori passivi di queste storie, o se, e in che modo, possiamo anche noi prendere parte alla loro creazione. Ci siamo presto abituati a dipendere da apparecchi e applicazioni come strumenti per mediare l’interazione umana, frutto di un progresso tecnologico estremamente rapido. Abbiamo perennemente qualcosa tra le mani che ci permette di tenerci ad una certa distanza dagli altri, pur nell’intento di comunicare con loro. Questo ha fatto sì che ci disabituassimo sempre di più dal tollerare quello stato iniziale di disagio derivante dal contatto con ciò che non ci appartiene. Sforzarci di connetterci con l’altro, con le sue esperienze di vita e il suo stato emotivo, ci risulta difficile o persino indesiderabile. Siamo ormai improntati verso un’individualità consumeristica mascherata da self-care e sembriamo aver perso la capacità di coltivare le skill necessarie per essere veramente presenti e partecipativi nelle nostre comunità e nella nostra vita in generale. Trovare relatable dei contenuti non equivale a formare dei veri legami con persone reali. La parasocialità è un fenomeno ben architettato: spendere tutto questo tempo all’interno di un’apparente community online, o fare doom scrolling, ci priva di momenti e di opportunità per costruire comunità reali con le persone concrete. Uno dei motivi principali per cui i movimenti sociali prendono grande spinta dopo eventi eclatanti, ma velocemente scemano in una rassegnazione generale, è che non siamo più abituati a fare rete, a dipendere gli uni dagli altri. Si presenta dunque una necessità molto reale di riappropriarsi dell’agency collettiva, in modo da partecipare attivamente allo smantellamento delle politiche nocive che ci governano, alla costruzione di nuovi spazi socio-culturali e alla creazione di futuri sostenibili. Per reimparare a creare reti di supporto e comunità interdipendenti, lo storytelling è uno strumento indispensabile. Più precisamente, propongo un genere di storytelling collettivo raccoglitore, i cui racconti nascono all’interno di un contesto partecipativo e ludico, immerso in narrazioni che si oppongono a costrutti sociali discriminatori e incentivano pratiche di cura reciproca. Lo storytelling raccoglitore può assumere molteplici forme ed è in continuo mutamento. Prende spunto dai giochi RPG da tavolo, dai cantastorie ambulanti, dal gioco surrealista del Cadavere Squisito e qualsiasi altro modo collaborativo di raccontare. Prende il suo nome dalla teoria narrativa della sacca di Ursula K. Le Guin¹, che immagina una protagonista raccoglitrice con una saccoccia in cui riporre esperienze emotive e relazionali, in contrapposizione al viaggio eroico machista descritto nel monomito di Joseph Campbell² e poi riproposto dallo sceneggiatore Christopher Vogler³ come modello narrativo ideale. Alla miriade di storie che trattano di battaglie e spade, diventate simbolo della virilità maschile, Le Guin oppone la figura del recipiente, dello stomaco, della rete: oggetti semplici che raccolgono qualcosa, lo conservano, lo proteggono dai pericoli. Il tema della raccolta evoca istintivamente un immaginario vegetale, di frutta matura appena colta. Questo non è casuale, ma richiama le forti tematiche antispeciste e vegane che contraddistinguono questo tipo di racconti. Se pensiamo a quali costrutti sociali potrebbero beneficiare le generazioni future, le narrazioni antispeciste non solo incentivano una coabitazione sana e consapevole con gli esseri viventi che ci circondano e gli ecosistemi che ci sostengono, ma forniscono una lente critica attraverso cui interpretare le dinamiche sociali attuali. Come descritto da Massimo Filippi e Enrico Monacelli nel libro Divenire invertebrato. Dalla Grande Scimmia all’antispecismo viscido⁴, l’antispecismo viscido persegue politiche queer e divergenti, che destabilizzano l’intera idea di specie in favore di uno stato di mutazione fluido e continuo in cui ogni cosa è immersa e di cui ogni cosa fa parte, senza distinzioni. Non inneggia alla somiglianza, ma piuttosto mira a una molteplicità, dovuta a selvaggia differenziazione, così vasta da rendere obsoleto qualsiasi tentativo di categorizzazione. I principi antispecisti non si limitano a affrontare l’argomento dello sfruttamento animale, ma trattano il concetto stesso di animalità e come esso viene applicato all’umano. Proprio di questo parla il libro Afro-ismo⁵), una raccolta di saggi scritti dalle autrici e attiviste afroamericane Aph e Syl Ko, in cui viene teorizzato il veganismo nero, ovvero un veganismo intersezionale che fa luce sul modo in cui la deumanizzazione di certe categorie di individui, e dunque la loro oppressione, avvenga tramite l’assimilazione con l’animale. Animale che è considerato da sempre inferiore e dunque sfruttabile, consumabile.
Lo storytelling raccoglitore si distingue dunque per la sua stratificazione multispecie: tutti gli elementi al suo interno sono interconnessi e definiti dalle loro relazioni interpersonali, elementi che possono apparire singoli ma formano un unico grande organismo. Tramite la creazione di identità ibride umanimali, lo storytelling raccoglitore e il suo folklore mostruoso mirano a smantellare ogni tipo di binarismo e classismo suprematista che supporta la marginalizzazione di chi viene animalizzato perché considerato distante dall’ideale dell’uomo bianco cishet dominante.
Questo tipo di storytelling collaborativo non è fine a sé stesso, ma esiste come terreno di sperimentazione immaginativa in previsione della pratica attiva. Le modalità narrative classiche, come letteratura e cinema, sono molto efficaci per coltivare empatia, ma siamo giunti ad un punto in cui, chiaramente, empatizzare con l’altro non è sufficiente a mobilitare le persone. Diventa necessario oltrepassare lo stato di osservazione intorpidita incentivata dal sistema e incoraggiare le persone a intervenire collettivamente per apportare dei cambiamenti all’interno del sociale. La dimensione ludica immersiva stimola la cooperazione all’interno della comunità, rendendo possibile trovare soluzioni efficaci e creative a problemi con cui dobbiamo confrontarci anche nella realtà. Il racconto raccoglitore non è, dunque, da considerarsi solo un passatempo, ma uno vero e proprio strumento di supporto per movimenti di attivismo politico e artistico dedicati alla demolizione dei sistemi di oppressione e sfruttamento.
Questo testo è una sintesi della tesi di laurea magistrale in Nuove Tecnologie dell’arte Lo storytelling collettivo antispecista. Una pratica attiva per la creazione di futuri basati sulla cura reciproca, relatore Andrea Balzola, Accademia Albertina di Belle Arti, Torino, 2025.

Note
1. D. Dupont, Women of Vision: Essays by Women Writing Science Fiction, St. Martin’s Press, New York 1988.
2. J. Campbell, L’eroe dai mille volti, Lindau, Torino 2016.
3. C. Vogler, Il viaggio dell’Eroe. La struttura del mito ad uso di scrittori di narrativa e cinema, Dino Audino Editore, Roma 2010.
4. M. Filippi, E. Monacelli, Divenire invertebrato. Dalla Grande Scimmia all’antispecismo viscido, Ombre Corte, Verona 2020.
5. A. Ko, S. Ko, Afroismo. Cultura Pop, femminismo e veganismo nero, VandA edizioni, Milano 2020.
