Immaginari e pratiche di “giurisprudenza materiale”
di Francesca Commisso
This article focuses on socially and politically engaged artistic research, based on “material jurisprudence” practices that call for collective action, establishing new forms of relationship and reciprocity. The reflection draws inspiration from the Berlin Biennale curated by Zasha Colah and the works created in that, and other contexts by Margherita Moscardini and Anna Scalfi Eghenter. Both artists engage in a sort of détournement of the law, creating places removed from the principles of property and nationality, systems of compensation for the gender gap and recognition of copyright for those who have been stripped of their rights, artworks that are owned as common and indivisible property or that return the land to those who cultivate it. These are some examples that reflect art’s power to react to the inertia of adaptation to the status quo through the “co-generation of the possible”, what Ernst Bloch called “concrete utopia”.
Per parlare di come l’arte agisce in un presente attraversato da un costante stato di crisi, infestato da crimini contro l’umanità e contro l’ambiente, e da una violenza pervasiva quanto l’ingiustizia sociale, un evento internazionale come la Biennale di Berlino ha fatto ricorso alla figura della volpe e al concetto di fugitive. Non si tratta di un elogio dell’astuzia e tantomeno dell’arte della fuga, ma di valori connessi a un animale selvatico che in tante culture è simbolo di resistenza, di spiritualità, di connessione tra mondi, capace quindi di abitare la liminalità. In modo simile all’artista, il selvatico scompagina gli automatismi delle convenzioni sociali e l’autorità delle strutture normative, attraversa confini e traccia le proprie rotte. “The concept of fugitivity means the cultural ability of a work of art to set its own laws in the face of lawful violence”, scrive Zasha Colah, curatrice della tredicesima edizione della Biennale di Berlino, evocando allo stesso tempo il significato culturale di fugitivity, connesso alle forme di resistenza contro i sistemi di potere oppressivi (coloniale, razziale, di genere) e la libertà dell’arte di autodefinirsi, che si tratti di firmare un orinatoio o affittare terreni in Africa. Per riflettere sul tema di questo numero, “save the world, connecting cultures”, ho scelto di adottare questa prospettiva a partire dal lavoro di Anna Scalfi Eghenter (Trento 1965) e di Margherita Moscardini (Livorno 1981), tra le presenze italiane in mostra a Berlino. Nelle loro pratiche, permeate da un’attitudine visionaria e insieme realista, entrambe attingono alla sfera del diritto, di cui operano una sorta di détournement per sperimentare modi e luoghi del “possibile”, del “non ancora” come intendeva Ernst Bloch l’idea di “utopia concreta”.
Invitata dalla Biennale a esporre nel Former Courthouse di Lehrter Straße, Scalfi Eghenter scopre che in questo ex tribunale militare fu processato nel 1916 Karl Liebknecht, tra i fondatori della Lega di Spartaco, figura chiave del comunismo tedesco. Il titolo del suo articolato progetto installativo è Die Komodie!, il commento che egli fece sul processo farsa dove fu accusato di alto tradimento per aver diffuso un volantino il Primo maggio, in cui invitava lavoratori e soldati a unirsi per opporsi alla guerra e al vero nemico, il governo imperialista. Nel primo tra gli ambienti concepiti come una sorta di re-enactement di quell’appello, le parole di Liebknecht, affidate a un vento liberatorio e sovversivo, vorticano in migliaia di copie su carta rossa, incagliandosi sul pubblico come una promessa da realizzare. Parole che si possono udire dalla voce stessa di Liebknecht che affiora da spazi sotterranei, e che trovano terreni di lotta attualizzati al presente nei mercati finanziari – di browser, carte di credito, pesticidi, bigpharma, testate nucleari – ognuno con le sue mappe e il proprio esercito giocattolo di risparmiatori che si affidano ai fondi. La conclusione del percorso è dunque un invito all’azione che mobilita lo spazio pubblico e le forme del collettivo in diversi modi: il giorno di nascita di Liebknecht l’artista attiva Clearing House, piattaforma partecipativa online creata per permettere a singoli cittadini e gruppi indipendenti di localizzare e condividere un bene comune immateriale, costituito da interessi, bisogni, proteste, intese come risorse per agire in comune invece che come data in vendita. Un progetto web-based, di una città immaginata senza confini e in cerca di libertà e giustizia sociale, che risponde all’appello “consumatori di tutto il mondo, unitevi!”. È destinata allo spazio esterno anche la scritta monumentale in neon COMUNISTA, parte del progetto Communio pro indiviso (2022), un’opera tautologica che si sottrae alla proprietà esclusiva, trasformando i collezionisti delle sue singole componenti in comunisti di un’opera che, restando indivisa, diviene espressione di puro mecenatismo culturale. Già a partire dal 2012 Anna Scalfi Eghenter realizza una serie di progetti sul tema del diritto e della proprietà della terra, che la portano a creare sistemi di compravendita per riequilibrare il gender gap degli stipendi, o a usare il budget della mostra per affittare della terra in Kenya e affidarla ai contadini che la coltivano, sottraendola all’accaparramento selvaggio da parte delle multinazionali (Reset, 2012). Alla Biennale Democrazia di Torino riunisce giuristi, economisti e filosofi per stilare una Property Free Certification volta a stabilire modi per ripianare il debito di proprietà contro il land grabbing: “La terra è finita. Non c’è più terra per chi nasce… Il diritto dei successivi vinca quello di successione”. Lo stesso anno crea Palestra giurisdizionale, nove postazioni dove esercitarsi con “attrezzi giuridici”, coglierne le lacune non disciplinate dal diritto, o farne esperienza, potendo ad esempio immergere le mani in acque internazionali e abitare con quel gesto un elemento non soggetto a proprietà (Res communis omnium).1

Sullo stesso orizzonte di ricerca agisce l’opera di Margherita Moscardini Stairway (2022-2025), una grande scalinata allestita per la Biennale al KW Institute for Contemporary Art, con cui l’artista dà forma a uno spazio percorribile che non appartiene allo Stato sebbene si trovi entro i margini del territorio nazionale. Un’opera d’arte che materializza, nel contesto della mostra il concetto di cittadinanza universale, attraverso 561 pietre con inciso il numero relativo al loro statuto legale: ciascuna pietra è stata donata a organismi sovranazionali come università, gruppi indigeni, regioni autonome, ai quali è stato chiesto a loro volta di donarle come unità di costruzione della scalinata. Il complesso dispositivo legale messo a punto con il contributo dell’avvocato e attivista indiano Lawrence Liang, è in parte visibile nei certificati di proprietà e donazione esposti in mostra. La scalinata trae ispirazione da uno spazio analogo, presso la Tomba della Vergine Maria a Gerusalemme Est, sottoposto al principio legale dello Status Quo, che dall’epoca ottomana in poi garantisce eguale diritto di coesistenza a persone di fede diversa in questo e altri siti religiosi di Gerusalemme e Betlemme. Moscardini parte di lì e ne rovescia il principio in chiave civica, creando nel contesto di un’istituzione artistica un esperimento sul diritto nazionale e i beni comuni che rende temporaneamente abitabile un ideale.2 Nella sua ricerca l’artista traccia connessioni inedite e indaga le pratiche spaziali per trasformarle in esperimenti di giurisprudenza materiale. Tra i molti esempi si cita Le Fontane di Za’atari (2015), nome del più grande ed efficiente campo profughi in Giordania, dove Moscardini ha catalogato le numerose fontane presenti nei cortili, testimonianza della bellezza ricreata dagli abitanti nei propri luoghi di vita, per farne un campionario di forme da realizzare nelle città europee, riconoscendo agli sconosciuti artefici i diritti d’autore e le relative royalties.
In questi lavori, l’attivazione di una negoziazione contrattuale in quello che può definirsi un juridical turn, diversamente dalla stagione concettuale e da figure come Seth Sieghelaub, non riguarda tanto questioni legate all’autorialità e allo statuto dell’opera, ma i fondamenti culturali ed economici della creazione, attribuzione e distribuzione del valore, quindi del potere. Luoghi, leggi, economie, relazioni, vengono così riorganizzate come forme da assemblare e comporre in inedite configurazioni che permettano di formulare nuove politiche dell’immaginario, di pensare e fare esperienza di strade possibili per un agire in comune alternativo alle logiche dello sfruttamento, dell’oppressione, della “lawful violence”.

Note
1. P. Bernardi, R. Dematté (a cura di), Anna Scalfi Eghenter. The Museum Game, testi di R. Dematté, F. Bassan, C. Canziani, F. Comisso, S.A. Linstead, A. Scalfi Eghenter, ed. VfmK, Vienna 2024.
2. A. Schindler, in Zasha Colah (a cura di), Passing the fugitive on, catalogo 13th Berlin Biennale, Berlin Biennale for Contemporary Art, Berlino 2025, p. 35.
