di Gerardo De Pasquale
Sguardo sospeso – Rifrazioni offers a reflection on the relationship between visual perception and sound dimension, exploring the notion of “rilucere” as a poetic and cognitive principle. De Pasquale develops a synesthetic perspective that connects myth, science, and philosophy: from the tale of Echo and Narcissus to the sonification of stellar light curves, and to the spectral music of Gérard Grisey. The work emerges as a field of sensory and symbolic refractions, where light translates into sound and sound into form. Through a language both lyrical and analytical, the author shapes an aesthetics of suspension, placing the human gaze between the visible and the invisible, knowledge and mystery, where the listening of the inaudible becomes an act of contemplation and understanding.
Ali, dispiegate al soffio dell’anima
un suono in osmosi col tutto
fino ad un cielo ovunque.
Il Rilucere sonoro è una verticale che non è né da, né verso. Uno sguardo sospeso, che non in terra, non in cielo, diviene dialogo di rifrazione d’onde tra le qualità tonali e timbriche, di ciò che si vede e si sente. Un’intima relazione tra due soggetti che insieme creano una riflessione speculare. Un duale sguardo inudibile-udibile, di tale tremenda bellezza che sopportiamo appena, ed ammiriamo poiché incurante disdegna di annientarci1. Come rilucenti occhi di due amanti che si fondono, si annullano e si perdono nell’esplorarsi l’anima.
Insito già nel termine rilucere [dal latino relucēre, composto di re- e lucēre «splendere»] mandare luce, rifulgere, risplendere, l’intimo senso di questo dialogo. Ed è una lirica ispirazione la mitologia greca, sempre pregna di sinestetico senso reale, offrendoci un’affascinante rifrazione di rilucere sonoro e visivo, nel celebre racconto di Narciso e della ninfa Eco. Nota la gelosia di Era, quando, accorgendosi che l’instancabile fascino loquace nel dialogo della bella Eco, non sono altro che un sotterfugio per distrarla dai tradimenti del suo Zeus, scatena tutta la sua ira condannando la povera ninfa a ripetere in eterno solo le ultime parole dei discorsi che le venivano rivolte o che udiva. Mentre vagava nei boschi, Eco scorse Narciso che smarritosi invocava aiuto. Non potendo rivolgergli parola, si limitò a rimirare la sua bellezza, estasiata da tanta grazia; a lungo lo seguì da lontano ascoltando le sue invocazioni. Straziata, Eco decise di mostrarsi rispondendo ai richiami d’aiuto come solo poteva, e protendendogli il proprio abbraccio d’amore. Ma Narciso reagì scacciando Eco che, avvilita e vergognandosi, da allora si lasciò morire d’amore finché di lei non rimase che la sola voce. Fu la dea Nemesi, colei che provvedeva a distribuire giustizia, a punire Narciso facendo venir meno quanto il profeta Tiresia predisse per lui, che avrebbe raggiunto la vecchiaia soltanto se non avesse mai conosciuto sé stesso. Dissetandosi ad una fonte Narciso vide per la prima volta la propria immagine riflessa, se ne innamorò alla follia profferendo impossibili carezze e spasimi d’amore fino a morire di sé stesso. È lo stesso Ovidio2 a definirne il mito come un simulacro d’immagine riverberata, e Louis Lavelle che descrive quest’intima contemplazione come una “resonance à sa solitude même”3. Ma è ancora Rainer Maria Rilke, che nei suoi versi4 descrive meglio di chiunque questa ek-stasis di auto-trascendimento, come un ‘eco’ al pulsare del cosmo. Così, d’identiche rifrazioni d’onde speculari sono uniti Narciso ed Eco.
Questo umanistico indagare non è scevro di riferimenti scientifici, che considero, tra l’altro, indissolubilmente collegati. Non è un dato deludente comprendere che non vi è un suono delle stelle propriamente udibile, perlomeno non come lo intendiamo in modo umano e convenzionale. Esiste piuttosto, mediante procedimenti scientifici, una sonificazione delle curve di luce5 che ci è possibile decifrare e comprendere attraverso uno spettrogramma che è la rappresentazione grafica del suono, e che ci permette di tradurre qualsiasi frequenza si manifesti. Le curve di luce ci mostrano l’andamento ed il tempo di un corpo celeste e contengono determinate frequenze di variazione di luminosità simili alle onde sonore. Il processo di sonificazione e di analisi armonica6 di queste frequenze, non udibili, viene elaborato con formulazioni matematiche racchiuse nella Trasformata di Fourier alla dimensione di frequenze che l’orecchio umano può udire.
Gerard Grisey ha trascorso gran parte della sua, purtroppo, breve vita ad esplorare lo spettro del colore tonale ed i processi musicali che si dipanano allargando nuovi orizzonti conoscitivi. Con astronomi e fisici, che riteneva capaci di sentire più di un musicista, si confrontava con un linguaggio simile, parlando di coagulazioni, di processi, di dissoluzioni, di allargamenti, di densità. Le sue sperimentazioni informatiche erano sempre rette da un atteggiamento non invasivo e cauto ritenendo, che le possibilità offerte dall’informatica erano troppo vaste ed immediate per districarne i propri bisogni. Il 16 marzo 1990 a Bruxelles nell’ambito del Festival international de musique contemporaine Ars Musica si esegue la prima assoluta di Le Noir de l’Etoile per 6 percussionisti, nastro magnetico e trasmissione in situ di segnali astronomici, captati dalla Station de Radioastronomie de Nançay in Francia, di Gerard Grisey. “Un lavoro di un’ora che utilizza suoni di stelle, di pulsar, che vengono captati dal radio-telescopio e radiotrasmessi in diretta durante il concerto, secondo le prescrizioni della partitura: “i suoni delle stelle” vengono sia immessi in ascolto sia recepiti dai musicisti in modo indipendente con delle cuffie, al fine di realizzare dei movimenti ritmici autonomi degli esecutori. Ma la cosa che più mi ha interessato è stato il fatto stesso di legare totalmente l’ora del concerto al passaggio della stella: il relegare il concerto ad un evento fenomenico così straordinario”.7 L’opera Le Noir de l’Etoile è di un purismo – sia grammaticale che d’interpretazione nella sua eccezione del termine più estesa – quasi assoluto.
Sguardo sospeso – Rifrazioni, sono un ideale spettrogramma. Un trait d’union con la musica spettrale, necessario e voluto, in quanto, tra l’altro, la caratteristica strutturale compositiva, quella di contenere materiale interamente derivato dalle proprietà acustiche del suono e che adotta una metodologia regionale e polinucleare, è fertile materia perché si svelino osmosi percettive da questo sguardo sospeso tra cielo e terra. Una lettura semantica, ed un’antropologia linguistica e simbolica del suono. I raggruppamenti sonori sono come inversi alla distanza dei due dialoganti. È come averne tanti, nello sguardo della volta celeste, che diminuiscono all’avvicinarsi della costellazione, moltiplicando quelli della piccola Terra che si allontana diventando globale ma impercettibile. Una direzionalità sonora che tende progressivamente ad una espansione inversa. Un incrociarsi dinamico che si compenetra e si attraversa d’infinite rifrazioni d’onde, che danzano in speculari echi armonici. È un unicum totale, di una voce distante, il dialogo spaziale acustico tra Cielo profondo, e la pastorale Transizione come a creare una sorta di augmented reality che tende ad arricchire le nostre percezioni sensoriali. Un dialogo tra due fonti sonore che moltiplica la spazialità uditiva e ci sorregge ancor più sospesi.
Lo sguardo infinito sulla volta celeste, via via a profondità crescente nello spazio, mentre il canto della Terra si serra, si infittisce e ci abbandona fino al farsi di totali silenzi quando, invece, l’espandersi esplorativo, di spazio vuoto incerto tra le stelle, si decompone, si dilata e si sintetizza in opposti del naturale, del concreto. Si raggiunge un’astrazione geometrica che dissolve nell’infinito, è il mistero.
È Dio trascendente che si sottrae ad ogni sforzo conoscitivo: è un Deus absconditus che rende vano ogni tentativo della ragione di svelarne l’essenza, restando inaccessibile e mostrandosi come vero e proprio paradosso. L’infinità divina coincidente nel socratico so di non sapere: una docta ignorantia.
Luigi Nono, nei suoi ultimi anni di vita, sul muro di un monastero francescano a Toledo, che ha poi ispirato un suo ciclo di composizioni, legge: “caminantes / no hay caminos / hay que caminar / soñando” (tu che cammini / non vi sono strade / occorre camminare / sognando). L’assonanza magnifica: sognando-sonando a me ispira un’utopia legata ad un buon pensare, quello di una ecologia della visione e del pensiero; un mondo nel quale la bellezza purgata di tutti i suoi inquinamenti e noi finalmente sensibili di cogliere infinite cose dalla sola luce e dal silenzio, essere in grado di ascoltare l’inudibile suono delle stelle.

Note
1. R. M. Rilke, Elegie duinesi [1923], Einaudi, Torino 1978.
2. Ovidio, Metamorfosi [8 d.C. ca.], Einaudi, Torino 2005.
3. L. Lavelle, L’Erreur de Narcisse, Grasset, Parigi 1939.
4. R. M. Rilke, Poesie, Einaudi, Torino 2000.
5. NASA’s Kepler mission, http://kepler.nasa.gov/multimedia/Audio/sonification/
6. E. M. Stein, G. Weiss, Introduction to Fourier Analysis on Euclidean Spaces, Princeton University Press, Princeton 1971.
7. A. Verrengia,, Musica spettrale ed anatomia del tempo – Intervista con Gerard Grisey –, Piano Time n° 105, 1992.
Riferimenti d’ascolto
SGUARDO SOSPESO – RIFRAZIONI, Cielo profondo: https://on.soundcloud.com/eBzMMltOBBlNIq7PxH
SGUARDO SOSPESO – RIFRAZIONI, Transizione: https://on.soundcloud.com/mYgpaB0IXHr2F3CDwj

