Decostruire narrazioni egemoniche attraverso pratiche artistiche post-estrattiviste
di Alessia Gervasone
In the present context of socio-ecological crisis and ontological conflict, this contribution explores the potential of contemporary artistic practices to act as catalysts for post-extractivist imaginaries. Far from being limited to criticism, these practices become spaces for aesthetic experimentation, symbolic action, and epistemic resistance. Drawing on political ecology, decolonial theories and the ethics of care, the article reflects on how Adrian Balseca’s Phantom Recorder and Marwa Arsanios’ Who is afraid of ideology? projects challenge dominant paradigms based on extraction, commodification and appropriation, instead claiming relational ontologies and new eco-social imaginaries. In this perspective, inhabiting a territory does not mean owning it, but rather caring for it, taking responsibility for it and cultivating relationships of coexistence. As Paula Serafini suggests, in this scenario of ontological contestation, artistic practices have the capacity to create worlds and new narratives: they make invisible conflicts visible, establish new interpretative frameworks and challenge hegemonic capitalist models. By analysing how artistic projects contribute to activating political imagination, this contribution aims to explore new post-extractive narratives of living and coexisting, rooted in reciprocity and ecological justice.
Nel contesto globale segnato da crisi ecologiche e umanitarie dove i diritti delle persone e della terra stessa sono minacciati da governi capitalisti neoliberali che attuano secondo logiche estrattive, diventa sempre più urgente la necessità di creare nuove narrazioni e nuove forme di immaginazione politica che siano capaci di esplorare modi alternativi di vivere e coesistere, radicati nella reciprocità, nella giustizia ecologica e sociale e nella rigenerazione ecosistemica. Al contrario, la logica estrattiva, declinata in molteplici forme — dall’estrazione di risorse naturali all’agroindustria, dalla biopirateria all’estrattivismo epistemologico e culturale, fino all’estrattivismo digitale come il data mining (Mezzadra et al., 2017) – si fonda sulla trasformazione di risorse materiali e immateriali, comprese conoscenza, vita umana e non umana, in merci attraverso processi di estrazione e sfruttamento (Grosfoguel, 2016); dimostrando così come la vita, sia a livello molecolare che planetario, sia diventata oggetto di mercificazione. All’interno di questa logica, ciò che acquisisce rilevanza è la risorsa in quanto mera unità di valore che viene definita secondo il punto di vista dell’estrattore, senza considerare i contesti sociali, territoriali e culturali in cui si trova, né le perdite che tali pratiche estrattive comportano per le comunità e gli ecosistemi coinvolti (Alcoff, 2022).



Risulta dunque sempre più urgente ripensare criticamente il rapporto che instauriamo con gli ecosistemi, intesi non come semplici risorse da condividere ma come interazioni ecologiche complesse da coltivare (Klein, 2013). In tale prospettiva un passo significativo è stato il riconoscimento della natura come soggetto di diritto, prima in Ecuador nel 2008 (Gómez-Barris, 2023) e successivamente adottato da altri Paesi sudamericani e, più recentemente, in Europa con i diritti del Mar Menor in Spagna. Il riconoscimento dei diritti degli ecosistemi implica il riconoscimento dell’interdipendenza tra comunità, ambienti e pratiche culturali, dando origine a quelli che Teresa Vicente definisce diritti bioculturali (Giménez, 2023), riconoscendo gli esseri umani come parte integrante degli ecosistemi, al di là delle logiche utilitaristiche ed estrattive. Anche le pratiche artistiche, in questo scenario, assumono sempre più rilevanza perché capaci di generare nuove narrazioni o forme alternative di convivenza che sfidano le logiche capitalistiche, diventando spazi di sperimentazione estetica e resistenza epistemica, capaci di catalizzare immaginari post-estrattivi (Demos, 2020).Tale prospettiva trova espressione nelle opere dell’artista e regista ecuatoriano Adrián Balseca, che lavorando con la storia come materiale malleabile e ripercorrendo le genealogie estrattive che hanno plasmato la sua terra natale dal mito di El Dorado, alla gomma, al petrolio e al biocapitale, decostruisce le narrazioni egemoniche e contribuisce alla creazione di nuovi immaginari di giustizia e autonomia territoriale. Il suo lavoro ha un valore sia archeologico che politico, poiché porta alla luce storie nascoste e restituisce voce ai territori e ai corpi subordinati alla logica estrattiva. Con l’opera Phantom Recorder, Balseca sviluppa un progetto site-specific e transdisciplinare tra la comunità indigena locale e il collettivo Kara Solar che, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza delle comunità dal petrolio e contrastare la deforestazione, progetta sistemi di mobilità fluviale alimentati a energia solare. Fondendo ecologia sonora, critica decoloniale e tecnologie alternative, l’opera funge sia da dispositivo artistico che politico. Il progetto trae ispirazione da una scena di Fitzcarraldo (1982) di Werner Herzog, in cui un imprenditore europeo della gomma sogna di costruire un teatro d’opera nella selva e naviga lungo il Rio delle Amazzoni emettendo musica con un grammofono, simboleggiando l’ambizione coloniale e l’imposizione della cultura europea sulla giungla. Sfidando la logica antropocentrica della rappresentazione e del suono, Balseca rivisita questo immaginario eliminando il protagonista umano e trasformando il grammofono in un “registratore fantasma” che cattura solo i suoni ambientali della foresta. Silenziando la voce umana e proponendo così un gesto di inversione concettuale e di riparazione, l’opera propone un’ecologia dell’ascolto non umano dove la vita acustica del territorio caratterizzata dalla biodiversità della selva emerge come protagonista di una narrazione che resiste all’estetica estrattiva e reimmagina le modalità relazionali di abitare il luogo. Creando dispositivi visivi, l’artista contribuisce così alla costruzione di nuove narrazioni che mettono in primo piano la giustizia e la rivendicazione dell’autonomia territoriale. La preservazione dell’autonomia territoriale come bene comune collettivo è centrale anche nel progetto di ricerca a lungo termine di Marwa Arsanios, Who is afraid of ideology? L’opera filmica in cinque parti indaga pratiche di auto-organizzazione e autonomia politica, come la vita quotidiana delle donne curde in Rojava e l’eco-villaggio di Jinwar in Siria, la sovranità dei semi in Colombia e le lotte per il diritto alla terra in Libano. Il progetto non solo documenta atti di resistenza, ma contribuisce attivamente a immaginare e mostrare forme di vita alternative possibili, fondate sulla cura collettiva degli ecosistemi. Il titolo stesso mette in primo piano la necessità di credere nell’ideologia come impulso trasformativo per immaginare e attuare nuove forme di coabitazione con la terra. Nella quarta parte del progetto, Reverse Shot (2022), ambientata in una cava nel nord del Libano, Arsanios adotta la forma della fantascienza speculativa per indagare la complessa dimensione storica e le possibili traiettorie future biologiche, geologiche e giuridiche della terra. Immaginando connessioni rinnovate con la terra e con gli organismi che la abitano, il film intreccia le voci di tre personaggi che ricostruiscono la storia del Libano e propongono una radicale emancipazione e trasformazione del concetto di proprietà attraverso l’istituzione del mashaa, un bene comune gestito collettivamente e appartenente alla comunità. Secondo tale prospettiva, abitare un territorio non significa privatizzarlo o sfruttarlo, ma prendersene cura in una forma di convivenza responsabile, umana e non umana, che diventa fondamento di modalità di vita relazionali e non estrattive. Questi progetti ci mostrano come l’arte possa funzionare non solo come spazio di critica, ma anche come campo di possibilità, capace di generare e promuovere narrazioni post-estrattive che sfidano i paradigmi dominanti (Serafini, 2024), valorizzano epistemologie situate e promuovono pratiche di vita sostenibili. Essi non si limitano ad offrire rappresentazioni simboliche della realtà, sono esperienze capaci di intervenire direttamente nell’arena politica, resistono ai discorsi egemonici dominanti e attivano forme di immaginazione in grado di proporre visioni alternative del mondo (Rancière, 2013). Al centro di queste proposte risiede il paradigma della cura intesa come attenzione alle relazioni, ai territori, alla Terra e agli ecosistemi; non solo come un principio etico, ma come un diritto da rivendicare, capace di generare nuove forme di cittadinanza ecologica e di giustizia socio-ambientale (Svampa, 2021).

Bibliografia
L. M. Alcoff, Extractivist epistemologies, in «Tapuya: Latin American Science, Technology and Society», 5 (1), 8 novembre 2022.
T.J. Demos, Blackout: The necropolitics of extraction, in «En Art and Activism in the Age of Systemic Crisis», pp. 49-61, Routledge, New York 2020.
T.V. Giménez, Justicia ecológica y derechos de la naturaleza, Tirant lo Blanch, Valencia 2023.
M. Gómez-Barris, The Extractive Zone. Social ecologies and decolonial perspectives, Duke University Press, Durham 2017.
R. Grosfoguel, Del extractivismo económico al extractivismo epistémico y ontológico, in «Revista Internacional de Comunicación y Desarrollo (RICD)», 1(4), Universidade de Santiago de Compostela, Santiago de Compostela 2016.
N. Klein, Dancing the world into being: a conversation with Idle No More’s Leanne Simpson, in «Yes! Magazine», 5, 6 marzo 2013, https://www.yesmagazine.org/social-justice/2013/03/06/dancing-the-world-into-being-a-conversation-with-idle-no-more-leanne-simpson.
S. Mezzadra, B. Neilson On the multiple frontiers of extraction: excavating contemporary capitalism, in «Cultural Studies», 31(2–3), pp. 185–204, 2017.
J. Rancière, The politics of aesthetics, Bloomsbury Academic, London 2013.
P. Serafini, Art, extractivism, and the ontological shift: toward a (Post) Extractivist Aesthetics, in «Theory, Culture & Society», 0(0), 2024.
M. Svampa, Pandemic, socioecological crisis and alternative proposals from the South, CIMAM Conference, 2021, www.cla.purdue.edu/english/theory/.

