di Andrea Rebecca Mancuso

The article reflects on the value of rooting, both symbolically and practically, as a necessary condition for resisting the alienation produced by contemporary capitalism, which fragments sensibility, perception, and beauty, reducing them to commodities of marketing. Beauty, in this context, is not understood as a traditional aesthetic category but as the expression of living relationality, the continuous interweaving of body, world, and otherness.
This perspective calls for a bodily re-centering that restores to aesthetic experience its everyday and relational dimension, laying the groundwork for a renewed ethical and political responsibility. Through the testimony of three young urban gardeners from Turin, the text illustrates how the care of the earth can become an act of resistance and awareness: cultivation thus turns into an educational gesture and a critical stance against a system that flattens sensibility. The vegetable garden, therefore, emerges as a political and aesthetic space in which the body, reconnected to the world, transforms care into a form of freedom.

Siamo disposti o no ad ammetterlo,
noi siamo piante che debbono crescere radicate nella terra,
se vogliono fiorire nell’etere e dare i loro frutti.

J. P. Hebel

In un mondo in cui il sentire, la percezione e la bellezza sono frammentati, diluiti nell’ondeggiare dannoso del capitalismo, ma allo stesso tempo personaggi principali sotto il riflettore del marketing che abbaglia così tanto da impedire la vista, ci si chiede come restituire loro il giusto spazio. La bellezza di cui si parla, tuttavia, non è quella tradizionalmente intesa, ridotta a oggetto di studio dell’estetica. Occorre, invece, spostare l’attenzione su ciò che veramente è bello: la relazione in sé. Quindi, il bello risiede in quelle pieghe del visibile dove si nasconde l’invisibile, che emerge dalla sua latenza diventando evento che si manifesta. L’esperienza estetica, allora, può essere vissuta ogni giorno, in ogni dove, con chiunque. La bellezza del quotidiano è la bellezza della relazione costante, del continuo intrecciarsi delle parti, del sentire che permette di cogliere dettagli che si incastrano indelebilmente in ognuno. La reversibilità è la condizione di possibilità per rendersi conto di quanto sia importante il mio punto di vista, il quale non è l’unico perché parte di molteplici prospettive capaci di rovesciare la posizione da cui guardo. Questo libera lo sguardo dal soggettivismo sterile, permettendo un ri-centrare e un ri-centrarsi a partire dal corpo, quella soglia, quel confine che consente di riconoscere sé e gli altri. Il corpo si comprende a partire dal mondo, nel quale è necessario che si radichi: è proprio qui che si rende possibile la comunicazione educativa, grazie alla quale la soggettività non rimane chiusa in se stessa. Il mondo che abitiamo con la nostra presenza è un campo di possibilità entro cui prendiamo decisioni che determinano le nostre scelte. Ecco perché è così importante assumersi la responsabilità delle azioni che si compiono: il rispetto, per gli altri e per se stessi, è in stretta relazione con la responsabilità, perché la consapevolezza di essere liberi porta a rendere l’individuo responsabile. 
In questo modo, egli deve rispondere di sé e di tutto ciò in cui è implicato davanti agli altri, ampliando il proprio essere ad un livello tale da assumere una valenza sociale e politica. 

Ci sono molti modi per perseguire questo obiettivo di cura del mondo, di se stessi e della relazione con l’Altro. Uno, in particolare, è la strada che stanno percorrendo Dario, Alessio e Luca. Questi tre ragazzi hanno deciso di canalizzare le loro energie in una sfida che racchiude quella interconnessione tra corpo, mondo e dimensione sociale. In un piccolo appezzamento di terreno, parte degli Orti Generali situati nella zona di Mirafiori Sud di Torino, uniscono il sapere tecnico, per coltivare nelle corrette modalità e rispetto del suolo, a quella dimensione carica di empatia che è insita nella cooperazione necessaria per far sì che, letteralmente, il terreno restituisca un raccolto rigoglioso. Questa scelta non è banale: quasi nessuno conosce l’origine di un prodotto di consumo in generale, a maggior ragione si ignora la provenienza di un ortaggio. Nel conoscere il processo di come esso abbia origine, l’acquisizione di questo sapere contribuisce ad un’educazione alla sensibilità che permette di guardare diversamente ogni bene che ci passa inosservato tra le mani, nutrendo quell’aspetto del carattere multipotenziale che il sistema cerca di appiattire. Ormai anche gli elementi più basilari delle nostre diete, quando scorriamo tra le corsie dei supermercati, si palesano ai nostri occhi imbustati uno ad uno, con un conseguente uso smisurato di plastica e, purtroppo, spesso di scarso sapore. Nell’atto di coltivare, ci si rimpossessa sia del proprio corpo, il quale è lì presente a sentire l’umido del terreno, il vento che soffia sul viso, gli odori e i sapori di una realtà quasi arcaica, ma anche della cosapevolezza di come l’ultimo stadio, vale a dire quello del frutto da gustare, racchiuda in sé un mondo pieno di significati. Ci si rieduca alla riscoperta di quei rimandi insiti nel prodotto finale e, così facendo, la meraviglia, che appartiene spesso solo agli occhi di un bambino, riappare magicamente. Un aspetto emerge preponderante dai racconti dei tre ragazzi ortolani: il bisogno di riacquisire una manualità che si opponga al solito contatto con le superfici fredde e piatte degli schermi. Un po’ per distaccarsi dalla tecnologia in una visione distopica che lo scenario mondiale, tra guerre e pandemie, sta sempre più concretizzando e, quindi, in una prospettiva che alleni le competenze in virtù di una possibile necessaria autosufficienza. Un po’ per riappropriarsi di quel tempo non occupato e di quella libertà di movimento che spezzi il concatenamento imposto dal sistema, che se non ti tiene incollato a mansioni ripetitive giornaliere, ti induce a rimanere bloccato a scrollare ossessivamente, senza restituirti nulla in cambio. Insomma, la consapevolezza allontana sempre di più l’assoggettamento perché chi conosce il processo, chi guarda all’urbanizzazione come spazi ridotti immaginando di convertirli in aree coltivate, non accetta passivamente qualsiasi imposizione, spesso invisibile, del potere. Ecco che, allora, l’orto si fa atto politico: conoscendo cosa sto portando nel mio piatto, il mio senso critico mi permette di confrontare l’azione che sto per compiere con altre altrettante azioni, per potermi assumere la responsabilità di quello che sto per fare, nel rispetto di me stesso, degli altri e dell’ambiente, senza che sia un gesto automatico guidato da un’apatia non riconosciuta. 

Bibliografia 

P. Bertolini, Fenomenologia e pedagogia, Giuseppe Malipiero, Bologna 1958. 
G. Böhme, Atmosfere, estasi, messe in scena. L’estetica come teoria generale della percezione [2001],
trad. it. T. Griffero, Christian Marinotti Edizioni, Milano 2010. 
U. Galimberti, Il corpo [1987], Feltrinelli, Milano 2018. 
M. Heidegger, Essere e tempo [1927], trad. it. P. Chiodi rivista da F. Volpi, Longanesi, Milano 2008. 
Id., La questione della tecnica in Saggi e discorsi [1957], a cura di G. Vattimo, Mursia, Milano 1991, pp. 5-28. 
Id., L’abbandono [1959], trad. it. di A. Fabris, il melangolo, Genova 1983. 
M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione [1945], trad. it. A. Bonomi, Bompiani, Milano 2003. 

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