Risignificare gli oggetti attraverso il cinema 

di Matilde Martinez 

Cinema is imagining something else. This is its primary driving force. Through the expressive medium of the Seventh art, things reveal themselves as containers of meaningful universes; even the most familiar objects that populate our domestic horizon signify something beyond themselves, acting as symbols of cultural relations and emblems of an anthropology of living. The material space of a cinematic work can become a pedagogical instrument that prompts a reconsideration of our world and our everyday practices. It is on the screen that our surroundings is transformed into a network of resemblances, resonances, recollections, viewpoints and contrasts, and it is here that we can find impetus toward an alternative vision of the world. 

Il cinema è immaginare altro. Oltre il sogno, realizza l’irreale, concretizza, senza porsi il limite di ciò che potrebbe o non potrebbe essere. Questa è la sua grande forza motrice. Fare cinema è anche generare cambiamento. In un mondo caratterizzato da un consumismo portato ben oltre i limiti delle necessità e lacerato dal materialismo più sfrenato, l’opera cinematografica offre agli oggetti un significato ulteriore e pregnante. La macchina da presa li rende veicolo di messaggi che trascendono la pura matericità; ha il potere di risignificare e trasformare in simboli anche gli elementi più comuni. Tramite questa forma espressiva, ogni oggetto si rivela oltre la mera funzionalità che lo isola a elemento di contorno, diventando vero e proprio protagonista che, con la sua presenza, assume un valore narrativo fondamentale. Nell’arte della scenografia gli oggetti di scena ricoprono un ruolo determinante, insieme ai personaggi e alle azioni. E in una società ormai sommersa da prodotti diventati sinonimo di consumo fine a se stesso, in cui non si presta più attenzione al dettaglio, in cui gli unici valori sono la quantità e la novità, ecco allora che l’occhio filmico può proporci un’altra prospettiva. Attraverso il mezzo espressivo della settima arte è possibile invertire la dinamica di possesso secondo la quale vediamo le cose che ci circondano: davanti alla cinepresa le persone non si limitano a possedere un oggetto, ma questo le definisce, racconta qualcosa di loro. Nell’accumulo di prodotti che perpetriamo durante la nostra vita, raramente agiamo filtrando la nostra scelta attraverso questa consapevolezza: li classifichiamo in base alla loro entità materiale e spesso li priviamo di ogni riferimento all’individuo che ne fa uso.
Ma nel momento in cui un oggetto deve essere filmato per raccontare una storia, la scelta si fa più consapevole. In quest’ottica, non siamo più di fronte a semplici accessori, ma ad elementi necessari di un racconto che si articola attraverso lo spazio, il tempo e l’interazione con i personaggi, aggiungendo alle immagini una dimensione storica, sociale e culturale che si intreccia al tessuto narrativo del film. Le cose si rivelano nel loro essere contenitori di universi significanti; anche quelle più immediate che popolano il nostro orizzonte domestico rappresentano qualcosa di altro, sono simbolo di correlazioni culturali, emblemi di un’antropologia del vivere. L’occhio filmico ha il potere di mostrarle non solo nella loro utilità, ma anche come alfabeto visivo di un sottotesto che racconta di mondi immaginari e di chi li abita. I personaggi di un film costruiscono la loro identità anche attraverso l’interazione con gli elementi materiali che li circondano. Prendendo consapevolezza di questa dinamica, nel nostro quotidiano potremmo riscoprire il valore di ciò che consumiamo e che, in modalità sempre più estemporanee, attraversa la nostra esistenza. Lo spazio materiale di un’opera cinematografica, raccontandoci i dettagli della vita quotidiana, dei costumi, delle tradizioni e dei comportamenti di un’epoca tra ricostruzione e fantasia, può diventare mezzo pedagogico che ci porta a una riconsiderazione del nostro mondo e delle nostre pratiche quotidiane. Il linguaggio del cinema ci aiuta a comprendere e interpretare più profondamente la realtà, è capace di evocare altre dimensioni e ha il potere di rappresentare idee di difficile espressione in maniera più accessibile; può fornire una chiave di lettura metaforica della condizione umana che lascia spazio all’interpretazione e all’elaborazione personale. È evidente quindi come il suo fascino si collochi ben oltre la mera attrattiva visuale e verbale: la molteplicità di possibili letture e la stratificazione di significati rendono infatti la fruizione di un film un’avventura che ci può segnare  profondamente. Con mezzi ogni volta diversi, il fine è sempre lo stesso: evocare un’idea, un concetto che esiste già nella memoria e che il significante non fa altro che richiamare. La trama può svolgersi in qualsiasi epoca e a qualsiasi latitudine, ma sempre mette in atto un modo di “fare storia” assolutamente originale, in cui gli oggetti possono rivivere. Se diventati obsoleti perché superati dalla tecnica odierna, e quindi considerati inutili nel mondo reale, in quello filmico ritrovano un loro scopo: raccontare tramite l’azione. La finzione scenica infatti li mostra in azione, siano essi i più modesti, di uso quotidiano, o i più bizzarri, arrivando a quelli che, mai esistiti, trovano qui la loro ideazione e realizzazione. È proprio in questa dinamica che avviene la magia. Le storie umane e quelle delle cose si informano a vicenda, in quanto i contesti storici modellano le une e le altre. Nello scambio di significati, nella stretta relazione della storia umana con gli oggetti, il cinema trova una chiave narrativa che permette di spaziare ben oltre il sensibile. Le cose, infatti, non solo accumulano storie, ma hanno anche la capacità di cambiare significato in base alle persone con cui entrano in relazione, e cambiarle a loro volta. Sono strumento di autodefinizione e si intrecciano con le esperienze personali di ciascuno di noi. Anche un elemento apparentemente insignificante può essere il motore di una storia, anche la storia più comune può essere motore di cambiamento. Il cinema mostra questi paesaggi con sguardo nuovo e insolito. Ci permette di risemantizzare il conosciuto. Ci aiuta ad andare oltre il confine del puro scopo d’uso, dell’esclusivo valore di merce che siamo abituati ad attribuire agli oggetti, trasportandoci verso una più profonda sensibilità concettuale. Gli oggetti di scena fanno parte di un universo narrativo in cui si fondono ricerca storica, antropologica e simbolica.
Sul grande schermo essi rendono sensibile un preciso contesto storico, una classe sociale, un contesto culturale, una posizione nel mondo, un’idea. Possono favorire rievocazioni e riconsiderazioni del passato, e in tal modo divenire strumenti di un cambiamento che non necessariamente significa crescita, ma che piuttosto può trovare nella decrescita un’alternativa più sostenibile. Possono essere immaginari, mappe di un futuro alternativo, spunti per realtà altre. È questo il potere generatore che l’arte affida loro. Qualsiasi cosa può diventare simbolo, feticcio, elemento portatore di significati. Lo sguardo filmico è in grado di conferire agli oggetti una forza evocativa unica, rendendo ogni scena un’esperienza immersiva che può agire con grande intensità sullo spettatore. Anche l’oggetto più ordinario può rappresentare un portale verso infiniti mondi e possibilità. È sullo schermo che la nostra prospettiva su ciò che ci circonda si trasforma in una rete di similitudini, assonanze, rimembranze, prospettive, contrasti, ed è qui che possiamo trovare una spinta verso una visione diversa del mondo. La forza motrice del cinema ci dice che nulla è impossibile: se si può immaginare, può essere realizzato. Che accadrebbe se ci facessimo contaminare da questo spirito anche fuori dalla sala?

Estratto e rielaborato dalla tesi magistrale in Scenografia per il cinema e la televisione, The Props Tale – narrare attraverso gli oggetti di Matilde Martinez, relatrice  Elisabetta Ajani, Accademia Albertina di Belle Arti, 2025.

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