di Loredana Müller



Parlare di diritti, di pace,
di coinvolgimento delle arti…
Quali delicati rapporti tra l’emulazione del comunicare, e l’incomunicabilità, cosa si innesta nel tentare collaborazione. Quali comprensioni, da quel prendere a sé, quel riconoscere altro da sé, quel generare dialogo con il mistero, o un destino partecipato. Scelto, ricercato, attraversato come campo comune, come possibile riva? Piú che confine delicato argine.
“Vivere significa, fin dall’inizio, essere costretti ad interpretarla la nostra vita.”
José Ortega y Gasset
E dove inserire il desiderio, accettare le energie, trasformarle e renderle unicamente e unitamente, segno-suono colore?
Disvelando verità, riconosciamo caducità, nasce e rinasce in noi coscienza, intesa come approdo d’ogni rivelazione, quel conascere-nascere con …il risuono unico e individuale che ci caratterizza. L’addentrarsi, l’ascolto come variante del silenzio. L’approdo come fermata. Nessuna rivendicazione, ma compresenza continua di variabili. Armonici, disarmonici… visione di segni.
Ed è rumore, intercalato da momenti di pace, è tensione, in dialogo con momenti risolutivi, è caos, o ordine complesso, moti indicibili, provocabili, ma mai esaustivi. Solo la lotta con sé stessi, genera danza e movimenti interpretati, svolti come itinerari possibili, per perdersi e non… interiorizzare e accettare vento oltre sé. Diviene respiro, respirante; totalizzante e tentato, sempre.
Tutto e nulla capita, succede, si accede, avviene e tende, ma non diviene, né pretende… costituisce visione nel procedere, nel processo, accende sguardo, si ritrova come prova del sentire e non mentire. Accetta la menzogna liberata dall’apparenza, la assume e si ritrova come continua pelle impossibilitata a non assumersi “verità” non dimenticate.
Ogni processo nel fare creativo è tentativo di rigenerare tessuti interiori da non perdere, il loro nesso appartiene allo sguardo, alla visione quanto alla memoria cellulare, al sentire tempo come continuo atto accorto, tentato perché svolto… e non perso, dispiegato; tentato verso fuori-esternato… dialogo interno esterno, come un nastro di Moebius… accettata ambigua visione.
Certo il pensiero, i contenuti, l’orientare, e in quel andare seguendo tracce e segni “inaspettati” o “riconosciuti” dove emergono situazioni, e sembrano risposte, poste in attesa per condurre, portarti, farti essere null’altro che qualcosa d’altro, per l’incontrare… quell’arare e amare parola, suono, danza (gravidanza).
Altro da sé… Il fatto creativo, nasce per un’urgenza, non ci sarebbe, se non lo adempiamo come fatto, scelta di segni tra segni.
L’incomunicabilità, eppure esistono altri codici, ruotano attorno a piacere e dolore, desiderio e paura, l’abbandono come impossibilità e rivelazione, privazione e accettazione… Riconoscenza, è quel fluire sempre tra coscienza e conoscenza che per essere deve divenire esperienza. Espiare, per incontrare stati, stadi, direzioni, varianti ed infiniti, sempre fatti-atti senza fine, sempre da tentare, aprire come dimensione verso l’altro. Ascolto accolto. Genesi generata.
L’atto creativo è atto d’amore impossibilitato, è costanza nel volere dare a questa dimensione un argine diverso, sempre un superamento di confini omologati, non confinante nei limiti dell’ego. Oltre Spazio-visione-oltre il quanto-campo, tra materia e spirito.
Allora tutto è onda, ma anche bara-onda, baratro o bara di un ulteriore silenzio necessario, inteso come tensione ricercata, agita pietra angolare, e costante fatto necessario.
Concreazione minerale.
Siamo una manciata di minerali e 75% d’acqua.

