di Daria Caverzasio Hug


Sullo schermo difettoso di un televisore le immagini si disfano e si ricreano a ritmo irregolare. Trattano di api che bottinano, che si prendono cura dell’alveare.
Nella serie fotografica ad esse legata la bellezza intrinseca al mondo naturale si manifesta, ostinata, nonostante la visione deformata e scompaginata dal guasto tecnologico.
Alle api è legata una mitologia molteplice e universale relativa all’ordine sociale e cosmico, costruita attraverso modelli la cui carica simbolica è sempre attiva nel tessuto complesso e delicato della nostra psiche.
Uno di questi è legato alla sparizione invernale delle api e al loro ritorno in primavera. Un ciclo di morte e rinascita che le collega al mondo ctonio di cui sono messagere presso gli uomini.
Le fotografie, nelle quali si fissa la dinamica di smembramento e ricomposizione a cui l’immagine delle api è stata sottoposta, sembrano incarnare l’equilibrio delicato sull’orlo del quale si gioca il rapporto fra l’uomo e la natura.
All’impegno per la sopravvivenza fisica di questi insetti, da cui dipende in parte anche la nostra, è necessario affiancare modi per coltivare la loro dimensione simbolica e per riattualizzare il loro posto nel nostro bagaglio archetipico. Perché un rapporto rispettoso con la natura passa anche dalla consapevolezza che la nostra coscienza è parte della sua stessa intima essenza.
Nel folclore di molti paesi nordici “telling the bees” è una tradizione legata agli eventi che modellano la vita famigliare. Si racconta alle api delle partenze, dei ritorni, dei matrimoni, delle malattie, delle nascite e delle morti. In questo ultimo caso la visita all’alveare , dove si sussurra o si canta sottovoce alle api la notizia della sparizione di un membro della famiglia, è uno degli elementi dell’elaborazione del lutto.

