di Ezio Albrile

The text explores the connection between the existentialist thought of Kierkegaard, the father of modern existentialism, and the ancient Manichaean myth, based on an absolute dualism between light and darkness. While Kierkegaard anticipated the modern human crisis through concepts such as anxiety and choice, Manichaeism offers a worldview in which good and evil are eternal opposing forces, and salvation comes not through faith but through knowledge. This worldview has often been misunderstood and oversimplified in political and cultural contexts, as seen in Nazism and contemporary rhetoric. The text also reflects on how capitalism and mass culture have marginalized forms of knowledge deemed useless, like Manichaeism itself, yet paradoxically inherited some of its strategies through subversive movements such as Situationism, which aimed to undermine the system from within using its own communicative tools.

È noto ‒ ma forse oggi meno grazie all’incipiente deculturazione ‒ che la paternità di ogni moderno esistenzialismo è ascrivibile al grande filosofo danese Søren Kierkegaard (1813-1855), personaggio isolato e incompreso in vita, ma profondamente rivalutato quando se ne colsero le tematiche anticipatrici e capaci di ben interpretare la crisi dell’uomo novecentesco: è infatti dall’opera kierkegaardiana che il moderno esistenzialismo prese il largo, elaborando concetti come possibilità, angoscia, finitezza, singolarità, scelta e via discorrendo. In tal senso, attraverso le formulazioni kierkegaardiane, non è difficile comprendere che la filosofia esistenzialista poteva essere interpretata come uno degli esiti della dissoluzione dell’hegelismo, dissoluzione alla quale Kierkegaard aveva grandemente contribuito col mettere in luce i limiti radicali delle ‘sparate’ di Hegel, anzi, per meglio dire, la sua totale, inconsistente «ridicolaggine». Dove andiamo? Da dove proveniamo? Chi siamo? Siamo liberi solo a metà? Sono alcune delle domande che si pongono gli esistenzialisti. Ogni cultura ha prodotto le sue cosmologie e i suoi miti. Ogni gruppo ha avuto la sua storia delle origini, invocando tane sotterranee o montagne sacre da cui scendevano i fiumi della vita. Le domande sono rimaste le stesse, ma le risposte hanno preso altre strade: senza una direzione, senza scopo. Una soluzione a tale dilemma la troviamo nel mito manicheo, un mito secondo il quale la creazione ha come unica finalità il recupero della scintilla luminosa intrappolata nelle tenebre. Condizione quindi antitetica al sentire ebraico-cristiano, che vede la demiurgia quale compimento di un piano divino e «antropico»: in ciò il manicheismo si rifà ad una mentalità arcaica, definibile come indo-iranico-gnostica, in cui due princìpi combattono per la supremazia sul tutto. Col manicheismo1 un nuovo umanesimo si diffuse per larga parte del continente euroasiatico, soprattutto sulle vie di comunicazione e dei commerci, nelle metropoli e negli empori, tra intellettuali e mercanti. Nel manicheismo le civiltà del mondo antico, dall’Occidente greco e romano all’Oriente vicino e medio, all’Asia centrale e alla Cina, s’incontrano scambiandosi stimoli e idee alla luce di una spiegazione ultima intesa a svelare l’essenza del tutto, nella speranza della redenzione dal male, sia degli individui che dell’intera umanità. Il manicheismo considera le tenebre un principio essenzialmente, esistenzialmente e originariamente indipendente dalla luce. Tuttavia, aggredendola, le tenebre si mescolano alla luce nella vita presente e nell’essere umano, come pure in tutta la creazione.2 II mondo attuale è pertanto un miscuglio dei due princìpi, della luce e delle tenebre, a cui proprio la creazione deve porre fine ripristinando gradualmente la loro originaria separatezza, in condizioni tali però, che rendano impossibile un nuovo miscuglio. I due princìpi, o «radici», non sono generati e non hanno nulla in comune: essi sono irriducibilmente contrapposti in ogni manifestazione. La luce è buona e identificata con Dio, le tenebre sono malvagie e identificate con la Materia, la Hylē. Dal momento che essi sono coevi e coeterni, il problema dell’origine del male viene risolto nel modo più estremo. La sua esistenza non può essere negata: è dappertutto e può essere sconfitto soltanto dalla conoscenza, la gnōsis che porta alla salvezza attraverso il discernimento da parte dell’uomo di ciò che in lui è estraneo e superiore all’essere contingente, corporeo, condizionato dai suoi legami materiali, temporali e ambientali. In questo consiste la «separazione» (greco chōrismos, medio-persiano wizārišn) della luce dalle tenebre. Il manicheismo è dunque una «gnosi dualistica»3, un dualismo radicale e assoluto. I due princìpi hanno nature antiteticamente distinte: la saggezza per la luce e l’ignoranza per le tenebre. La loro contrapposizione ha uno sviluppo dinamico in tre tempi: uno antecedente, dove la luce e le tenebre sono ancora separate l’una dalle altre; uno attuale o mediano, in cui le tenebre invadono la luce dando luogo allo stato di «miscuglio»; ed uno futuro, in cui esse si trovano nuovamente e definitivamente separate. Questa dottrina è variamente attestata nelle fonti, dal Compendio cinese a sant’Agostino – initium, medium et finis –, e scandisce la vicenda dell’anima caduta nella materia e liberata dal suo Nous, l’Intelletto di luce, mediante la conoscenza e l’anamnesi. L’uomo – e qui è l’essenza dell’universalismo manicheo – può quindi contribuire in misura determinante ad accelerare il processo naturale della separazione dei due princìpi grazie all’azione salvifica della gnosi, che è nello stesso tempo consapevolezza dello stato di miscuglio, riconoscimento dell’ordine cosmico e sforzo costante per ottenere la liberazione della luce dalle tenebre. È la conoscenza, non la fede, che salva: “l’uomo non deve credere finché non ha visto con i propri occhi”4. Nell’individuo la gnosi è conoscenza di sé e di Dio e nello stesso tempo riconoscimento dell’origine celeste del proprio io luminoso. L’anima umana è parte dell’Anima universale, frazione o particella della luce divina. Perciò nel manicheismo di espressione iranica l’Uomo Primigenio, il protagonista del dramma dell’esistenza dapprima caduto preda delle tenebre e poi da esse liberato, porta il nome di Ohrmazd, che nello zoroastrismo compete al Dio trascendente e creatore. Le tragiche vicissitudini dell’Uomo Primigenio sono centrali nello sviluppo del mito manicheo: la strategia adottata dal mondo della luce prevede che egli si consegni volontariamente in preda ai demoni dell’oscurità, affinché la luce sia letale alle tenebre, come chi volendo annientare il proprio nemico «mescolasse in un dolce un potente veleno». Lacerato nei penetrali della tenebra, l’Uomo primigenio innalza una preghiera al mondo del Padre luminoso, anelando alla salvazione; essa si concretizza nella figura dello Spirito Vivente, il quale con un «grido» demiurgico desta l’Uomo primigenio dal sonno di tenebra. La cosmogonia nel manicheismo è frutto dello smembramento degli Arconti: lo Spirito Vivente utilizza la pelle ed i corpi dei demoni per fabbricare il mondo. Nel loro corpo è intrappolata la luce, che solo attraverso la cosmogonia può essere restituita alla condizione di purità iniziale. La Luna ed il Sole hanno una parte centrale nel processo di salvezza della luce intrappolata nel mondo, poiché rappresentano le «ruote» di un meraviglioso meccanismo attraverso cui la sostanza luminosa ritorna nel mondo del Padre della Grandezza. Nel sentire comune il termine «manicheo»  è rozzamente interpretato da tanti pennaruli e politici da strapazzo, secondo cui non esisterebbe spazio intermedio tra una sloganistica vuota e l’azione esemplare. Una contrapposizione tra «rosso» e «nero», cibo per una più vasta platea di parolai, di “cartoonists” e di mentecatti dell’informazione intesi a tradurre il tema della lotta partitica in fonte di reddito ed esercizi di ruolo. È il trattatista di gusto sociologico a godere di questa dicotomia, più che mai convinto che le forze dell’antistato siano almeno in parte una creazione dell’industria culturale; che abbiano cioè un peso direttamente proporzionale alla frequenza degli strali lanciati sui social-media, vera nettezza culturale. In punto di morte, nel 1923, Dietrich Eckart, uno dei fondatori del Partito Nazionalsocialista, pare abbia detto: “Seguite Hitler! È lui che balla, ma sono io che ho scritto la musica!”5. Apocrifo o meno, l’aneddoto fu riportato più volte, perché Eckart fu una delle prime e più importanti figure che condizionarono Hitler, nonché un modello per i futuri gerarchi nazisti. Eckart era fermamente convinto del potere della religione e della mitologia come strumenti ideologici. Nelle sue prime conversazioni con Hitler, si richiamò spesso al ruolo dualistico, manicheo, di bene e male, Dio e demonio (ebreo), in una forma di gnosticismo semipagano tipico dell’ariosofia e in seguito dell’approccio nazista alla religione. È forse da questo alveo che il termine «manicheo» s’è fatto strada nei sentieri della retorica politica, a discapito del «rosso vince sull’esperto» di uno zelante Mao Zedong, futuro sterminatore culturale & non. Dietrich Eckart sosteneva che il «popolo indoeuropeo», di razza superiore, fosse stato corrotto dallo «spirito arido degli ebrei» incarnato dal cristianesimo ufficiale. «Diametralmente opposta» al cristianesimo c’era la «sapienza indiana», che trascendeva la natura riconoscendo l’intima connessione fra ogni cosa e «l’anima del mondo». Eckart fornì quindi a Hitler un corso accelerato di misticismo indoariano e religione völkisch-esoterica. Quindi il manicheismo, quello vero, quello antico, non interessa più a nessuno, tranne a un esclusivo sacello d’intellettuali, di filologi e storici di religiosità smarrire. Anni fa, un maestro di queste discipline, Ilya Gershevitch (1914-2001), sommo filologo iranico e vate manicheo, fu costretto a far le valige dalla sua cattedra all’Università di Cambridge grazie allo zelo della megera Margaret Thatcher (1925-2013), il primo ministro fermamente convinto che l’iranistica e il manicheismo non servissero a nulla, una pura erudizione sacrificabile, come i minatori dello Yorkshire. Un evento già profetizzato nelle teoresi di Herbert Marcuse (1898-1979): il capitalismo, nella propria azione “digestiva”, dopo aver manducato l’operaio-merce ha spostato le proprie attenzioni all’invisibile, all’erudizione ritenuta fine  a se stessa e non fruibile dal sistema mercantile. Ma la triste vicenda dell’Uomo Primordiale, offertosi come cibo alle tenebre per avvelenarle, evoca una sottile tecnica omicida sviluppata dal pensiero antagonista contemporaneo. Un pensiero che trova l’espressione più compiuta nel «movimento situazionista», un movimento a base anarco-marxista (legato alle avanguardie artistiche d’inizio Novecento) nato nel 1957, e giunto alla notorietà nel 1968 grazie al determinante apporto agli eventi contestatari del «Maggio francese»; ovverossia il mondo ribelle dal quale proviene la famosa esclamazione «l’immaginazione al potere!», un urlo creativo che segnò profondamente l’allora asfittico universo culturale. Il progetto centrale del situazionismo era infatti l’ideazione di molteplici «situazioni creative» atte a disarticolare il sistema dal suo ‘interno’, cioè nel cuore stesso del ‘potere’; un programma già chiaramente espresso dal francese Guy Debord (1931-1994) ne La Societé du spectacle (1967)6 e dal belga Raoul Vaneigem (1934-) nel Traité de savoir-vivre à l’usage des jeunes générations (1967)7. Centrale nella pratica situazionista era infatti il détournement, cioè la decostruzione del dispotismo culturale a partire dai materiali che fondavano il potere stesso. Le arti, la letteratura, il cinema, il fumetto e tutti gli strumenti della comunicazione di massa, erano gli ingredienti prediletti per una «deriva» che partendo da un’idea critica giungeva a modificare oggetti estetici preesistenti (testi, immagini, suoni). Un esempio classico è quello di una scena di un fumetto nelle cui nuvolette gli originari dialoghi erano sostituiti con frasi o testi di contestazione al sistema, sovversivi verso uno specifico stile di vita: i materiali messi a disposizione dalla «società dello spettacolo» diventavano gli strumenti del suo stesso annientamento. Quindi un soggetto apparentemente neutro o innocuo poteva trasformarsi in un potente strumento di guerra culturale, inoculando nel sistema l’idea che un semplice fumetto oppure un romanzo potessero essere fonte non solo d’intrattenimento ma anche di profonde verità, che un mondo dominato da ‘poteri forti’ era impegnato a nascondere. Era di fatto nato il complottismo contemporaneo, uno «strumento» (e qui sta il nesso marxista-leninista) per disintegrare il sistema nutrendolo con il suo stesso veleno. L’informazione e la comunicazione mediatica sono di fatto i veicoli prediletti di una manipolazione che può agire sia in senso passivo, dove il soggetto è vittima della menzogna, sia in senso attivo, dove lo stesso individuo può diventare protagonista di una strategia disinformativa in cui l’inganno può diventare una via verso l’autocoscienza. 

Note 

1. Gh. Gnoli, Introduzione generale, in Id. (a cura di), Il manicheismo, I. Mani e il manicheismo, Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori, Milano 2003, pp. XII ss. 
2. M. Tardieu, Il manicheismo, trad. it. cur. G. Sfameni Gasparro, Lionello Giordano, Cosenza 1996, pp. 110-111; E. Albrile, Alessandro di Licopoli e il manicheismo, in «Teresianum», 48 (1997), pp. 737-759; Id., Signaculum sinus. La gnosi manichea tra ascetismo ed erotismo, in «Laurentianum», 41 (2000), pp. 335-351. 
3. H. J. Polotsky, s.v. Manichäismus, in PWRE, Supp. IV, Alfred Druckenmüller, Stuttgart 1935, col. 265 (trad. it. Il manicheismo. Gnosi di salvezza tra Egitto e Cina, cur. C. Leurini-A. Panaino-A. Piras, Il Cerchio, Rimini 1996). 
4. Keph. CXLII, cit. in H.-Ch. Puech, Le manichéisme. Son fondateur, sa doctrine (Publications du Musée Guimet. Bibliothèque de diffusion, 56), Civilisation du Sud, Paris 1949, p. 157, n. 281; Gnoli, Introduzione generale, Op. cit., p. XLII. 
5. E. Kurlander, I mostri di Hitler. La storia soprannaturale del Terzo Reich [2017], trad. it. Ch. Rizzo & R. Serrai, Mondadori, Milano 2018 , pp. 92-93. 
6. G. Debord, La società dello spettacolo. Commentari sulla società dello spettacolo (I saggi, 89), trad. it. P. Salvadori-F. Vasarri, a cura di C. Freccero-D. Strumia, Baldini & Castoldi, Milano 1997 (prima ed. italiana Stampa Alternativa, Roma 1967). 
7. Trattato del saper vivere ad uso delle giovani Generazioni (Saggi Vallecchi, 5), trad. it. P. Salvadori, Vallecchi, Firenze 1973. 


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