di Gianni Maria Tessari
The Cross of Babel, the arduous and at times violent challenge of living side by side, hinders communication among humans, giving rise to misunderstandings and wars. If we manage to overcome our fear of fear itself, that Cross may become a crossroads for mutual encounter, where empathy and sympathy enrich communication and deepen our understanding of others.
Le parole di BABELE furono pronunciate da persone che portavano il peso, non solo cristiano, della faticosa e scorticante CROCE del lavoro necessario alla costruzione di BABELE. I costruttori erano individui, ognuno differente dall’altro; tra loro simili, somiglianti, analoghi: sinonimi dalle potenti varianti elaborate da menti costrette in un solipsistico gioco (è possibile interagire diversamente?). Queste persone, proferirono parole ora non più comprensibili agli altri; vano fu (ed è) ogni loro tentativo di rintracciarne il significato condiviso. E viene il dubbio che non siano mai state l’un l’altro capite, pur se con pesi diversi, in nessuna delle epoche comprendenti e comprese dagli umani. Le parole che “spiegavano” il mondo erano state (ap)percepite e subito rase al suolo da eterogenei significati. I molti racconti, le parole messe ordinatamente in fila dai costruttori di BABELE, all’improvviso si confusero: cessò la comunicazione. Forse fu un castigo scagliato loro addosso da un adirato Dio, un Dio “esternalizzato” nella trascendenza, buttato fuori dal nostro essere e dalla nostra materia così immanente. Inevitabilmente immanente. Forse. Nelle sequenze del Tempo, l’incapacità degli esseri umani di percepire interamente la propria complessa interiorità fermò il racconto. I diversi linguaggi persero non solo il “senso” ma anche il “con-senso”. Non più “veramente” comunicanti, si incancrenirono nell’essere solo attigui e rumorosi, anche urlati. Giunti sulla cima dell’edificio di babele, i costruttori furono presi da violente vertigini, dovute non alla distanza dal suolo, ma alla distanza infinita che ancora li separava dal Cielo. La reazione all’Immenso, accanto all’impossibile partecipazione comunicativa, generò caos, guerra, scorrere di sangue fuori dal corpo, dolore: tutto ciò per coprire l’horror vacui del proprio esistere; anche l’horror pleni. Insomma: orrori perfetti a giustificare l’annebbiamento dei molti cervelli, che persero la “vista” e la consapevolezza di sé nel mondo e nell’intero universo. Ora rimane una via per accogliere con coraggio l’universale senso di noi stessi e degli altri: affrontare la paura, l’eccesso di paura, causato dal nostro vivere dentro la morte intrinsecamente vivi, costruendo infiniti crocevia che formino una rete di empatica comunicazione, funzionale al principio dei vasi comunicanti. Trasfusioni emozionali di “sangue” e pensiero.


