Il superamento dei confini nelle ricerche artistiche contemporanee
di Gaetano Centrone
Critical literature on current and recent artistic research is characterized by a multitude of contributions that reflect the complexity of an ongoing transformation marked by fragmented critical positions in the face of growing histories and experiences. Given that the subject matter is complex and pluralistic, on the one hand, and that the critical gaze has been dominated by the Western historical-critical tradition, which is no longer sufficient, we believe that today it is necessary to begin by taking into account the main themes that run through the work of artists, synthesizing them where possible. For these reasons, identifying the themes of multiculturalism and globalization, which are also the focus of ARWE 2026, we have taken into consideration some significant works by Adrian Paci and Shilpa Gupta. From different perspectives, one starting from Albania in the former Soviet bloc and the other from India, both reflect on the notion of borders in a world increasingly open to flows that are often opposed by closed and reactionary governments.
Giunti al quarto di secolo si può provare a tracciare un bilancio delle ricerche artistiche del secolo presente, tenendo sempre a mente quanto la materia sia rischiosa, i confini scivolosi e una reale selezione-setaccio problematica, considerando anche le ingerenze sempre più evidenti del mercato e delle logiche speculativo-finanziarie. Il quarto di secolo non si può nemmeno recidere dal decennio che ha chiuso quello precedente e che, secondo la teoria del secolo breve, non dovrebbe nemmeno appartenergli da un punto di vista culturale e contenutistico. E difatti, a buoi ampiamente scappati dalla cortina, i concetti di multiculturalità e globalizzazione si sono imposti come il verbo delle pratiche artistiche attuali, mandando definitivamente (?) in soffitta le questioni formali, concesse come retaggio ineludibile solo ai maestri che provenivano dalle fila del passato. Quanto sia stata una tendenza spontanea o, al contrario, orchestrata da una regia più o meno invisibile, è probabilmente una questione che sarà dipanata dalla distanza imposta dalla storia e, alla fase attuale, non resta che prenderne atto: “[…] le precarie condizioni sociali, politiche ed economiche che accompagnano la nascita del nuovo millennio fanno sì che sotto il profilo artistico esso non si apra all’insegna dell’innovazione quanto, piuttosto, della sedimentazione e della riflessione storica, per tradizione rifugio sicuro nelle fasi critiche della civiltà moderna”. (Pancotto, 2012, p.23)
Sedimentazione e riflessione storica dunque, in un mondo che, all’inverso, va sempre meno sedimentando la propria popolazione e le relative culture, con fenomeni migratori e di spostamenti più o meno regolari che diventano ancor più che in passato caratterizzazione sociale determinante. Né tantomeno possono essere impediti dai molti governi apertamente razzisti e fascisti insediati in questa stagione e accomunati dalla nebulosa definizione di sovranismo, rimedio fuori tempo massimo ad un malanno non più considerato tale dalla storia.
Mettendo in secondo piano le problematiche formali, le ricerche artistiche hanno spesso quindi ricusato le tradizioni e le identità locali e nazionali che avevano scandito la storia dell’arte nei secoli precedenti, rendendo il concetto di scuola difficilmente praticabile. A questo venir meno dell’identità nazionale si è affiancata l’affermazione sul panorama internazionale degli artisti provenienti da paesi emergenti: dopo il Sudamerica che aveva già avuto una folta schiera di artisti riconosciuti dalla comunità internazionale nel secondo Novecento, sono stati inglobati autori provenienti da Africa, Asia e, forse in misura minore ma certamente non imputabile a pregiudizi, Oceania.

Proprio nel fatidico 1989 è andata in scena al Centre Pompidou di Parigi una delle mostre seminali per quanto concerne l’allargamento dei confini, Magiciens de La Terre, curata da Jean-Hubert Martin. Si trattava del primo evento espositivo che affiancava artisti affermati del canone occidentale accanto a esordienti assoluti ricercati sul campo nei cinque continenti. Risultato? La mostra negli anni non è stata risparmiata da critiche di neocolonialismo culturale che certamente non era tra gli obiettivi prefissati dal curatore.
Il tempo è trascorso molto velocemente in questi decenni, se è vero che all’ampliamento delle kermesse internazionali, con biennali sparse per tutto il globo, è corrisposta una varietà dei protagonisti, non solo in termini di artisti ma anche di collezionisti e curatori coinvolti nelle principali rassegne. Inoltre, com’è sempre successo nella storia, gli artisti provenienti dalle periferie sono stati spesso attratti verso le capitali – e mai come ora il plurale è d’obbligo – dell’arte o, meglio ancora, del sistema dell’arte. Ma passare da un paese a un altro non è quasi mai operazione neutra e anzi, spesso comporta non soltanto uno shock culturale ma l’inserimento in un nuovo paradigma politico, sociale e culturale. Tra i vari paesi che erano relegati ai margini della cortina di ferro uno dei più isolati e arretrati era certamente l’Albania, che ha conosciuto il regime ultra quarantennale di Enver Hoxha, che tra le varie paranoie dittatoriali includeva il controllo delle arti visive, i cui interpreti dovevano attenersi all’ufficialità del realismo socialista. Una volta crollato quel sistema, sono venuti fuori una serie di artisti davvero notevoli, soprattutto tenendo conto della esiguità della popolazione in termini numerici. Una delle voci più autorevoli è senza dubbio quella di Adrian Paci (Scutari, 1969) che, dopo aver studiato all’Accademia di Belle Arti di Tirana, ha iniziato a frequentare l’Italia dal 1992, stabilendosi poi definitivamente a Milano nel 2000. Con gli artisti contemporanei l’evanescenza dei confini è incarnata nelle loro stesse vite, fino a raggiungere un internazionalismo de facto. L’essere inequivocabilmente albanese e avendo un lavoro che si occupa spesso di tematiche migratorie e identitarie, non ha impedito a Paci di essere invitato a partecipare alla mostra Senso Unico: A Show of Eight Contemporary Italian Artists nientedimeno che al MoMA PS1 di New York, a cavallo tra il 2007 e il 2008. Molti tra i suoi lavori più rilevanti attraversano poderosamente i temi di diaspora, (dis)integrazione, identità personali e collettive. L’efficacia di un lavoro come Centro di permanenza temporanea, opera video del 2007, è testimoniata dalla ripresa nella cultura pop di uno dei più celebri still che se ne sono ricavati. Il video mostra uno di quei terribili non luoghi in cui vengono rinchiusi esseri umani che hanno avuto la sfortuna di nascere in paesi privi di benessere, che sono lì tenuti in condizione di prigionia in attesa di un verdetto che decida del loro futuro. Lo spiazzamento è evidente, per un destino che li vedrà tornare liberi o essere rispediti al mittente. Il celebre fermo immagine vede queste persone compresse sulla scaletta di un aereo presente al pari di Godot, rendendo esplicito il nonsense di questo trattamento.
Da altra prospettiva e con differenti soluzioni formali Shilpa Gupta (Mumbai, 1976) si e ci interroga sulle questioni dei confini e della libertà d’espressione. Nel 2013 era riuscita, dopo anni di richieste e scartoffie, a ottenere il permesso delle autorità indiane per esporre un lavoro luminoso all’aperto, con l’imposizione però di doverlo rimuovere dopo ventiquattr’ore. Pur nella follia del diktat aveva accettato, conscia del fatto che nessuno si sarebbe preoccupato con solerzia di andare a controllare la rimozione. Nell’installazione sonora Listening Air (2019-2022) una serie di microfoni mobili e penzolanti dal soffitto riproducevano canti di protesta che si erano diffusi nel tempo e attraverso i popoli, tra cui Bella Ciao, la cui popolarità non solo non accenna a diminuire ma viene rilanciata da coloro che continuano ad adottarlo, come i contadini a Delhi nel 2020 o i protagonisti della resistenza ucraina attuale. L’opera del 2023 1:7690 è invece proprio dedicata ai confini: si tratta di una sfera composta da filamenti di indumenti, e fa riferimento ai confini irregolari tra India e Bangladesh. Moltiplicando la lunghezza dei filamenti della sfera per il numero del titolo si ottiene quella della recinzione che separa i due paesi e che è stata tirata su dalla paranoia dei governi. Il materiale con cui è costruita richiama quello delle stoffe economiche che vengono trafficate attraverso tale confine.
In una stagione di forti venti reazionari le opere di questi artisti, così come di altri tra i più significativi del panorama internazionale, autentici nel momento in cui non restano sollazzo dell’altissima borghesia, stanno a significare che, pur nell’impossibilità di modificare il reale mantengono alta l’attenzione e la tensione verso tematiche sociali e umanitarie. E anche, perché no, umanistiche.

Bibliografia
Arte contemporanea. Duemila (vol.6), Electa per Repubblica – L’Espresso, Milano 2008.
H. Foster, Bad New Days. Arte, critica, emergenza, postmediabooks, Milano 2019.
V. Gensini (a cura di), Adrian Paci. Di queste luci si servirà la notte, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2017.
A. Munroe, N. Haq, E. Dyangani Ose, Shilpa Gupta, Phaidon, New York 2023.
P.P. Pancotto, Arte contemporanea: il nuovo millennio, Carocci, Roma 2012.

