di Massimo Arvat
The article reflects on the creative process behind The Forest Code, a documentary that explores the encounter between human technology and the intelligence of the living world. The film unfolds like a philosophical experiment: cables intertwine with roots, circuits attempt to translate the silent logic of trees. What if intelligence were not a human monopoly, but a property of the biosphere itself? When a wounded forest becomes a laboratory of communication between species, science begins to resemble a form of listening rather than control. Against the backdrop of ecological collapse, the film turns technology into a mirror reflecting our distance from nature—and our longing to reconnect. It suggests that innovation might arise not from domination, but from cooperation with the non-human world. Blending poetic imagery and scientific inquiry, it envisions a future where science and ancestral knowledge can help us imagine a better world.
Il codice de bosco è un lungometraggio documentario scritto e diretto da Alessandro Bernard e Paolo Ceretto, prodotto da Massimo Arvat per Zenit Arti Audiovisive. Il film è stato presentato in anteprima al Trento Film Festival 2025 ed è attualmente distribuito in sala da Open DDB. L’idea del film è nata da una visita al “Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale” dell’Università di Firenze di Stefano Mancuso. Passeggiando tra serre e laboratori, un’immagine ci ha colpiti particolarmente: una pianta da cui sbucava, quasi fosse la sua naturale prosecuzione, un cavo collegato a un computer. Un’immagine semplice che racconta più di mille parole la possibilità con cui i due mondi possono entrare in contatto. Quella intuizione è pian piano diventata un progetto per un film visionario sulla scienza delle piante, o meglio, sull’incontro tra due intelligenze, quella umana e quella vegetale. In un mondo sempre più segnato dall’intelligenza artificiale, ovvero da un’intelligenza costruita a nostra immagine e somiglianza, la riscoperta di una possibile intelligenza altra, ci restituisce la possibilità di un radicale cambio di prospettiva. Come in un nuovo sogno di Keplero, che immaginando la terra vista dalla luna aprì la strada alla rivoluzione copernicana, ripensare alla natura come una superintelligenza con cui entrare in relazione di ascolto, invece che come pura materia su cui applicare il paradigma estrattivo, può muoverci verso l’apertura di un possibile orizzonte dell’immaginario al di là dell’antropocene. Il codice del bosco racconta un esperimento scientifico fuori dagli schemi condotto da due scienziati visionari, che si è tenuto nel cuore ferito della Val di Fiemme, devastata dall’uragano Vaia nel 2018. Qui il fisico Alessandro Chiolerio, uno scienziato che a tratti può sembrare un’alchimista, ha avviato un esperimento di unconventional computing, installando nel bosco un dispositivo da lui inventato, il Cybertree, una chimera in cui cavi e dispositivi elettronici si innestano su radici e tronchi. La sua ricerca di un “incontro ravvicinato del terzo tipo” con la presunta intelligenza che si nasconde nell’intricato sistema comunicativo del bosco è guidata da una visione di una scienza post-antropocentrica, in cui siano le stesse piante a collaborare con la tecnologia e magari ci aiutino a capire che strada prendere. Gli stessi organismi biologici possono svolgere operazioni di calcolo e l’intelligenza della natura, insieme a quella umana, potrebbe condurre l’evoluzione tecnologica verso la sostenibilità e una nuova capacità di problem solving. Il film ha stimolato la nascita di questo esperimento e ha iniziato a seguire questo processo di scienza in atto, con le sue ipotesi, le sue difficoltà, le sue metafore e i suoi scenari possibili. Lungo questo percorso è emersa la seconda protagonista della nostra storia, Monica Gagliano, con la sua visione scientifica mediata dall’esperienza diretta di lavoro con le piante intrapreso con gli aborigeni australiani e gli sciamani andini. Il suo approccio scientifico “non convenzionale” ha arricchito il nostro racconto di una nuova prospettiva, al femminile, interrogando l’approccio scientifico tradizionale alla ricerca di un nuovo paradigma. La sua partecipazione ha spinto la ricerca di Alessandro Chiolerio oltre i limiti dell’unconventional computing, verso ipotesi di fisica quantistica che aprirebbero a nuovi orizzonti interpretativi. Ma la cosa più interessante e inaspettata è avvenuta quando in questa traiettoria segnata dall’esperimento scientifico si è inserita una svolta imprevista: un minuscolo insetto ha iniziato ad impadronirsi dell’ecosistema, rendendosi visibile attraverso misteriosi segni simili a geroglifici lasciati sotto la corteccia degli alberi. L’azione irrefrenabile del bostrico ha progressivamente invaso i boschi dell’esperimento, continuando l’azione devastatrice dell’uragano Vaia. Il piccolo insetto ha infatti determinato l’imporsi di uno scenario progressivo di apparente morte e distruzione del patrimonio boschivo che ha causato nel giro di poche stagioni uno shock sul paesaggio e sulla comunità che lo abita. L’emergere di questo elemento drammatico ha reindirizzato ulteriormente la nostra storia: il filo rosso dell’esperimento scientifico ha cominciato così ad intrecciarsi con la riflessione sui destini del luogo e della Magnifica Comunità della Val di Fiemme, che da secoli vive in simbiosi con questo ecosistema, apportando al film una dimensione ancora più profonda e simbolica. Ecco allora che un bosco martoriato da un uragano è diventato una nuova frontiera di conoscenza, da esplorare come un pianeta sconosciuto, come un paesaggio post-apocalittico che ci obbliga a riflettere sui nostri limiti, alla ricerca di un contatto perduto con il mondo vegetale che forse ha qualcosa da insegnarci: a patto che ci riappropriamo della capacità di metterci in ascolto, come ci suggeriscono le conoscenze e le pratiche ancestrali dei nativi. Gli esperimenti di Alessandro Chiolerio e Monica Gagliano non sono allora soltanto esempi originali perché rappresentano settori di avanguardia della scienza. Essi costituiscono l’inizio di una possibile nuova visione in cui teorie avanzate nel campo della scienza e delle tecnologie possono iniziare a dialogare con forme di conoscenza legate ad altre culture, a saperi ancestrali custoditi dalle popolazioni indigene, per cercare nuove risposte alle nuove sfide del nostro tempo. La capacità di fare dialogare mondi apparentemente distanti diventa allora una sfida concreta che rivitalizza l’autentico spirito scientifico, come dimensione di ricerca dell’ignoto, piuttosto che come paradigma rassicurante di una presunta verità oggettiva. Questa prospettiva sembra aver dato i suoi frutti coronando l’esperimento e il film con un finale inatteso, in cui il genius loci del bosco ha risposto all’esperimento scientifico in modo sorprendente, prevedendo un’eclisse molte ore prima che accadesse. I dettagli sono raccolti in un articolo pubblicato sul Royal Society Open Science Journal che ha suscitato vivo dibattito scientifico. Dal punto di vista del percorso artistico Il codice del bosco rimette al centro l’idea di un cinema del reale che affonda le sue radici non tanto in un’idea autoriale a priori, ma nella capacità di ascolto e di fiducia nel processo di interazione con la realtà che si disvela durante il processo creativo. Quello che ci ha guidato è stata la fiducia che ha preso progressivamente la forma di un viaggio immersivo e cinematografico, a tratti poetico e sperimentale, che nel seguire passo a passo l’avventura di questi scienziati è approdato a risultati inattesi e per questo ancora più interessanti. Un’esperienza che risuona con il tema Save the world / Connecting cultures per le possibili domande che apre: che cosa significa “salvare il mondo” in un’epoca in cui la natura stessa sembra ribellarsi ai nostri modelli di sviluppo? È davvero compito dell’uomo “salvare” la natura, o piuttosto il nostro compito è reimparare ad ascoltarla e lasciarci guidare da essa, nella consapevolezza che siamo un tutt’uno, unito da un destino di co-creazione? La tecnologia può essere un’alleata della rigenerazione ecologica o rischia di diventare l’ennesimo strumento di dominio? Come trasformare crisi e catastrofi in opportunità di apprendimento collettivo e non solo in perdite da rimpiangere? E a proposito di Connecting Cultures: come possono dialogare il sapere scientifico occidentale e le conoscenze indigene per creare nuovi paradigmi comuni? In che modo le comunità locali possono incontrare reti globali di scienziati, artisti e cittadini per immaginare insieme un futuro sostenibile? È possibile pensare a una “cittadinanza ecologica” che includa non solo gli esseri umani ma anche le piante, gli insetti, i fiumi, i monti? Queste sono alcune domande che ci hanno accompagnato. Sono temi emergenti che attraversano ormai diversi ambiti culturali e scientifici e risuonano sempre più negli spazi aperti alle contaminazioni transdisciplinari e al crossover di pratiche convergenti. Ascoltare, accogliere e tessere i fili tra questi segnali è la sfida del nostro tempo. Stiamo iniziando a sognare il nuovo sogno di Keplero, prepariamoci ad una nuova rivoluzione copernicana che ci permetta di varcare l’orizzonte dell’Antropocene.



Sitografia
Riferimenti al film:
https://openddb.it/film/il-codice-del-bosco/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/04/29/il-codice-del-bosco-dal-trento-film-festival-unopera-eco-filosofica-affascinante-misteriosa-e-visionaria/7969127/
Riferimenti all’esperimento scientifico:
https://royalsocietypublishing.org/doi/full/10.1098/rsos.241786
https://www.focus.it/ambiente/natura/gli-alberi-comunicano-prima-delle-eclissi

