di Giulia Berra

Our century is characterized by systemic crises marked by upheavals, violence, wars, pandemics, migratory flows and natural disasters. As a reaction to instability, fragility, precariousness and uncertainty, Berra turns to an interconnected dimension, a dynamic complexity, an integrated and non-anthropocentric vision. She adopts a slow method, collecting natural remains from the ground for months. Her artworks are determined by her ability to read the territory, natural availability and fortuitous encounters: there are neither resources nor waste. Examples are her Cities, the azulejos and gall web of Saudade do futuro, the flying boats made with moult feathers (Fleet of dreams), projects working as empathic devices and messages of hope.

Scrivo questo testo in giornate in cui il rimosso collettivo sembra concretizzarsi nelle visioni più allucinate di Bosch. Esperiamo in realtà aumentata quello che per noi era solo proiezione e racconto e non la realtà fisica e materiale degli altri… Altri umani, altri esseri, altra biomassa nello spazio e nel tempo, che non sentiamo vicina. Una realtà così irreale da non produrre narrazioni alternative, ma piuttosto ripiegamenti solipsistici.

Ancora prima prima dell’accelerazione violenta degli ultimi anni, gran parte della mia generazione si è trovata proiettata dalle ripetute crisi strutturali in un limbo di eterna adolescenza adulta. Avvertendo come condizioni esistenziali protratte la sospensione, l’attesa, l’incertezza, la precarietà, la fragilità, mi sono rivolta alla complessità dinamica, organica e non gerarchica delle reti e delle interconnessioni che superano le divisioni e i rapporti convenzionali fra le epoche, i viventi e i vari agglomerati di atomi. Dimensione integrata che sentivo aprire nuovi orizzonti a volte apparentemente vertiginosi, astratti e onirici, anche se in realtà espressione contemporanea di una tendenza implicita nell’umanità nel suo complesso, più o meno manifesta fra i popoli nei secoli. Wood wide web1, superorganismi2, sciami, colonie o comunità di persone mi sembravano espressione di dinamiche complessive più grandi dove si potessero scorgere nuove, seppur antichissime, prospettive e metafore, al di là dei binomi maturati progressivamente nel pensiero occidentale moderno. Negli anni ho sviluppato quindi un percorso in chiave empatica e non sistematica, alla ricerca costante di un tertium non datur dove collidessero, in un orizzonte simbolico di sintesi e apertura, elementi biologici e culturali vari, al di là delle antitesi Umanità/Natura, individuale/collettivo, passato/presente, noi/loro etc. ll metodo di lavoro, lento, riflette questo tentativo: galle, piume, crisalidi, frammenti di insetto o di pianta…Cose piccole, interstiziali, marginali. Fragili resti biologici, dettagli del paesaggio, in genere trovati per terra, camminando, e raccolti con pazienza. Tanti piccoli gesti ripetuti con calma, e azioni ponderate che contemplano l’imperfezione, l’imprevedibilità, la particolarità, pur tendendo all’universale. Uno sguardo tattile, che non scorre su uno schermo, ma si sofferma sulle cose, che viene adottato spontaneamente anche da chi osserva il risultante finale. Ne consegue sovente che le mie opere siano determinate dalla capacità di leggere il territorio qualunque esso sia, dalla reperibilità naturale dei materiali e da incontri fortuiti. In termini di processualità e non di disponibilità, produttività o offerta, non ci sono risorse, ne rifiuti o scarti. Per alcuni progetti si parla di mesi o anni di raccolta materiale, mentre certe serie di lavori risultano un lungo work in progress, spesso in più fasi. Ad esempio, la serie delle Citta (work in progress dal 2010), parte da meditazioni sull’urbanistica, l’architettura e sulla visione del mondo e della società che si cela dietro quei modellini lignei…Plastici e prototipi che potrebbero trasformarsi negli involucri delle nostre esistenze, dove la delicatezza delle forme e i materiali fragili esaltano o tradiscono l’instabilità di realtà in mutamento e precarie. Presentati nel 2016 in una project room all’interno della collettiva Epicentri3, nel contesto archeologico delle Terme di Como Romana, distrutte da un antico terremoto, le Citta fondevano catastrofe e aspirazione ad un mondo diverso. L’immagine della Torre di Babele di Bruegel conservata a Rotterdam -centro all’avanguardia per le soluzioni adottate in vista dei cambiamenti climatici e dell’innalzamento del mare- si ibridava con la tradizione architettonica di Como e le visioni futuristiche di Sant’Elia. Il grattacielo quale spirale di vanità, tracotanza, caos e molteplicità linguistica. Condomini e vie di comunicazione di pura razionale tecnologia, senza alberi e abitanti, slanciati verso uno splendido futuro di non luoghi. E piume, baccelli, cellette d’api e corpi mutili di farfalla…La stanza del sito archeologico, caratterizzata dai tetti di tegole di due sepolture, diventava uno studio/laboratorio di utopie e distopie del presente. Fra le sculture, in particolare, una Citta di spine (2010), interpretava una comunità ingabbiata dal suo chiudersi a riccio verso l’esterno, mentre una città di rametti di quercia con galle, al contrario, inglobava processi animali e vegetali (Senza Titolo-Citta di galle, 2010). Le galle, “perle di legno” sviluppate dalle piante in presenza di parassiti, che in queste escrescenze abnormi trovano un habitat perfetto per concludere il loro ciclo vitale, sono centrali anche in Saudade do futuro4 (2016). In questa installazione site specific, realizzata con elementi raccolti nel parco cittadino per il Museu Municipal Amadeo de Souza-Cardoso di Amarante, Portogallo, le galle in rete divenivano costellazione di mondi, galassia interconnessa. Le pareti accoglievano invece due pannelli d i azulejos realizzati con ricami in rafia su cartone con un motivo di spoglie di muta di cicala. Eco di antiche leggende che associano questi insetti -caratterizzati da una lunghissima vita larvale sotterranea, prima di acquisire le ali con la mutazione finale- ai misteri della metamorfosi e della resurrezione e augurio di speranza nella crisi economica.

In decenni di rivolgimenti e tensioni strutturali, economiche, sociali, ambientali, climatiche, evidenti ormai anche per l’Occidente, le popolazioni si adattano, reagiscono, dislocano. La propensione al viaggio mi sembrava connaturata all’umanità, così come lo sono gli spostamenti verso habitat ed ecosistemi migliori delle specie vegetali e animali, siano essi via acqua, via terra o via aria. Il Mediterraneo era ed è solcato da rotte di morte e speranze, di cui da bianchi privilegiati per lo più vediamo solo immagini mediate, e ancor meno abbiamo esperienza e percezione delle decine di milioni di persone in moto e in cerca di una casa negli altri continenti. Molti miei coetanei erano sballottati fra continui traslochi e spostamenti da Paese a Paese, o da continente e continente, generalmente mai veramente definitivi e stabili, ma desiderabili a prescindere, in un tempo in cui venivamo spesso caldamente invitati all’espatrio da parenti e conoscenti. Nel 2014, anch’io sentivo confusamente un certo sradicamento e una certa volontà di abbandonare una dimensione geografica in cui non mi riconoscevo, verso un Oltre in cui realizzarmi, che non riuscivo a individuare e che in altre condizioni probabilmente non avrei vagheggiato. Flotta di sogni (2014-16) nasce allora come uno stormo di barche realizzate con penne di muta di vari uccelli, del colore del cielo e del mare, delle nuvole e degli abissi. E’ un volo, un comune viaggio nel vuoto su esili vascelli. Non ci sono porti, mappe o orizzonti. Non ci sono timonieri, remi, vele o motori, ma solo la forza e la tenacia delle proprie speranze e delle proprie visioni.

Note

1. S. Mancuso, A. Viola, Verde Brillante. Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale, Giunti, Prato 2013.
2. B. Holldobler, E. O. Wilson, Il Superorganismo. Bellezza, eleganza e stranezza delle società degli insetti, Biblioteca Scientifica Adelphi Edizioni, Lavis 2011.
3. Epicentri, a cura di Fabio Carnaghi, Terme di Como Romana, Como, 16 luglio 2016- 18 settembre 2016. Epicentri è stato un evento promosso da MiBACT – Soprintendenza Archeologia della Lombardia con ARK Cultural Property and Contemporary, con il supporto di Touring Club Italiano e dei Volontari Touring per il Patrimonio Culturale, partner tecnico Valduce Servizi Spa
4. Progetto sviluppato nell’ambito della residenza d’artista ad Amarante, Portogallo, dal 3 maggio 2016 al 28 luglio 2016,
 promossa da Museu Municipal Amadeo de Souza-Cardoso e Municipio di Amarante nell’ambito del circuito della Biennale d’arte contemporanea JCE Jeune Création Européenne.

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