La democrazia nel cerchio del consenso

di Vanessa Vozzo

The article Democracy in the Circle of Consensus explores some practices of participatory governance within intentional communities, such as cohousing and ecovillages, drawing on the author’s personal experience and two interviews. It focuses in particular on contexts where representative and majority-based democracy gives way to consensual decision-making processes and ecological organizational models grounded in circularity and horizontality, such as sociocracy.
Vanessa Vozzo reflects on the potential of art as an ally in processes of change, capable of connecting scientific and technological knowledge and fostering greater engagement by raising awareness of the transformations taking place. The author also reflects on the role of technology and on how it can contribute to and act as an active component within a broader perspective of political and social renewal.

Qualche sera fa mia figlia Petra di undici anni mi ha letto con tono preoccupato un passo de La collina dei conigli di Richard Adams. La scena è quella in cui Pungitopo descrive Efrafra come una conigliera rigidamente controllata: tane nascoste, conigli marchiati, un’”Ausla” (la pattuglia militare) che sorveglia e reprime, e un “Gran Consiglio” che organizza ogni aspetto della vita. Un microcosmo dove la sicurezza viene barattata con la libertà. Ascoltandola, ho pensato a come, fin dall’infanzia, si percepisca il peso delle strutture sociali e politiche e le sue parole mi hanno riportata alla mia ricerca artistica. Questa si concentra sulle comunità intenzionali nate negli ultimi anni (ecovillaggi, cohousing, forme di coabitazione alternative) che stanno sperimentando nuovi modelli ecologisti di governance. Mi interessa capire quale ruolo giochi la tecnologia e, in particolare, l’intelligenza artificiale in questi contesti. E, soprattutto, come l’arte, mettendo in relazione scienze e tecnologia, possa diventare un alleato in questi processi di cambiamento. Per quanto riguarda il controverso termine “ecologia”, mi rifaccio a definizioni chiaramente distinte da quello di “ambientalismo”, come quella proposta dal sociologo Murray Bookchin che, nel suo saggio L’ecologia della libertà, riprendendo il significato originario attribuito a questa parola dal biologo tedesco Ernst Haeckel, afferma: “L’ecologia si occupa dell’equilibrio dinamico della natura, dell’interdipendenza degli esseri viventi e delle cose non viventi” (2023/1982, p.55). Mi riferisco inoltre alla visione ecosofica di Félix Guattari che, in Le tre ecologie (Guattari e La Cecla, 2019/1989), estende il concetto di “ecologia” includendovi, accanto all’ambiente, anche le relazioni sociali e la dimensione mentale.Non ci si aspetti, però, in questo articolo, un’esposizione sistematica della mia ricerca, ancora agli inizi, ma solo brevi narrazioni che intrecciano esperienze personali, voci incontrate e prime riflessioni. Inizio, dunque, da me. Nel 2019, quando già da qualche anno sentivo il bisogno di esplorare un diverso modo di vivere sociale e politico, ho incontrato alcune persone impegnate nella creazione di un cohousing immerso nel verde, in un luogo suggestivo, con un’impronta ambientalista. La decisione è stata immediata: in sei mesi ho coinvolto la mia famiglia nell’acquisto partecipato di un’antica villa in un piccolo paese vicino Torino. Un’operazione economica rischiosa, intrapresa con persone fino ad allora sconosciute. Un atto di fiducia nella collettività che ci ha, fin da subito, messi alla prova. Durante i primi due anni di coabitazione comunitaria abbiamo avuto molte difficoltà nella gestione dei conflitti, spesso derivanti da una logica duale che valorizza le idee individuali piuttosto che quelle collettive. Era chiaro che la democrazia rappresentativa e maggioritaria che, come afferma Bookchin riprendendo Benjamin R. Barber, ha prodotto “la graduale sostituzione della partecipazione con la rappresentanza” (2023/1982, p.77), non era un modello funzionale alle nostre necessità. Pertanto fin da subito abbiamo scelto di affidarci, per la maggior parte delle nostre scelte, al metodo del consenso, un processo in cui ogni decisione può essere adottata solo se tutti i membri ne riconoscono la validità. Quando provo a spiegare il consenso mi sento spesso rispondere: “Vuoi dire che tutti devono essere d’accordo? Quindi se qualcuno la pensa diversamente può bloccare il gruppo per mesi, persino per anni?”. Ed io talvolta rispondo “Ma perché qualcuno dovrebbe bloccare il proprio progetto?”. Il metodo del consenso viene adottato piuttosto come atto di rispetto verso posizioni minoritarie, come strumento di partecipazione e per prevenire polarizzazioni e frammentazioni. Nelle comunità intenzionali, infatti, consenso non coincide con unanimità, ma si configura come un processo collettivo di autoregolazione delle diversità. È la capacità di un corpo sociale di ascoltare, negoziare e costruire un equilibrio mobile senza annullare la pluralità che lo costituisce. Non è una decisione matematica. Somiglia al processo biologico e trasformativo di un organismo, piuttosto che a un atto deliberativo statico. In We the People, uno dei saggi adottati dalle comunità intenzionali per sperimentare forme di governance alternative, in particolare la sociocrazia (di cui parlerò tra poco), il consenso viene paragonato a un sistema termostatico basato sull’omeostasi: esso non elimina le differenze, ma le regola, mantenendo un equilibrio dinamico tra le componenti (Buck e Villines, 2007, p.64). Una “macchina omeostatica” è “capace di mantenere costanti, o entro uno spettro limitato di valori, le variabili che la definiscono” come afferma Alejandro Orellana nell’introduzione a Macchine ed esseri viventi di Humberto Maturana e Francisco Varela (1992/1972, p.11). Addentrandomi nel significato profondo del consenso, la mia riflessione si è ampliata: esistono alternative alla democrazia o, come suggerisce il sottotitolo di We the People, si può perlomeno sviluppare una “deeper democracy”? Safir si occupa di sociocrazia, curandone l’implementazione in RIVE (Rete Italiana Villaggi Ecologici), un’associazione che riunisce comunità, ecovillaggi e singoli che sperimentano modelli di vita alternativi. Dal 2017 accompagna come facilitatore le comunità interessate ad adottare questo sistema di governance. Mi racconta che RIVE ha scelto la sociocrazia perché è un modello di matrice orizzontale, in grado di coinvolgere molte persone intorno a progettualità comuni. “In sostanza”, afferma, “la sociocrazia consente un approccio fluido e dinamico tra persone e gruppi diversi e si fonda su tre principi: equivalenza, trasparenza ed efficacia, a loro volta articolati in tre pilastri. Il primo è l’organizzazione in cerchi e sottocerchi collegati da un doppio link, una struttura frattale potenzialmente infinita. Il secondo è l’adozione dell’assenso, un metodo decisionale di tipo consensuale. Il terzo sono i feedback loops, ovvero cicli periodici di valutazione collettiva per capire cosa funziona e cosa migliorare”. Safir sottolinea come l’elemento tecnologico non sia estraneo ad esso e come l’arrivo dell’intelligenza artificiale apra a nuovi interrogativi e potenzialità. Oltre che in RIVE, la sociocrazia è entrata anche nelle pratiche quotidiane di varie comunità. Barbara, che abita nel cohousing La Casona di Padova, mi racconta che hanno introdotto la sociocrazia circa tre anni fa con l’aiuto di Safir. Questo approccio prevede l’approvazione di una proposta per assenso. “Ciascuno di noi accetta” se essa è “sufficientemente buona e sicura”, afferma Barbara. Le obiezioni devono essere motivate e orientate al miglioramento, non all’affermazione individuale. Io e Barbara ci lasciamo con una riflessione, che chiude anche questo frammento della mia ricerca: per “ricostruire l’insieme di modalità dell’essere-in-gruppo” (Guattari e La Cecla, 2019/1989, p.21), pratiche come la sociocrazia richiedono una trasformazione personale basata su una relazione osmotica tra individuo e collettività. In quest’ottica il metodo consensuale non è un compromesso, ma il motore del cambiamento poiché ci induce a un processo antitetico al dualismo e che ci riporta all’evolvere stesso della natura di cui siamo parte.

Bibliografia

R. Adams, La collina dei conigli [1972], R.C.S. Libri S.p.A., Milano 1992. 
M. Bookchin, L’ecologia della libertà [1982], Elèuthera, Milano 2023.
J. Buck, S. Villines, We the People: Consenting to a Deeper Democracy. A Guide to Sociocratic Principles and Methods, Sociocracy, Washington 2007.
F. Guattari, F. La Cecla, Le tre ecologie [1989], Sonda, Milano 2019. 
H. Maturana, F. Varela, Macchine ed esseri viventi. L’autopoiesi e l’organizzazione del vivente [1972], Astrolabio, Roma 1992.

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