di Antonio Pizzo
Nel 2002 Michael Mateas utilizzò il termine Intelligenza Artificiale Espressiva nella sua tesi di PhD in cui presentava il progetto di dramma interattivo, Façade. Mateas sviluppava ricerche condotte nel decennio precedente dal Gruppo OZ della Carnagie Mellon University, e si collocava nel solco di un rinnovato interesse nella computer science per i cosiddetti agenti intelligenti. Mateas registrava una spinta a utilizzare la computazione nella creazione artistica ma soprattutto notava che la specifica branca di studi sull’intelligenza artificiale aveva una maturità tale da aver sviluppato metodologie, tecniche e teorie specifiche. L’Intelligenza Artificiale non era uno specifico software o un linguaggio di programmazione bensì una teoria su come rappresentare comportamenti autonomi, così come il modello BDI (beliefs, desires, intentions) negli anni Novanta aveva posto le basi teoriche delle architetture informatiche per la programmazione di agenti intelligenti. Mateas spostò il focus dallo strumento (la macchina) al linguaggio (il sistema simbolico), sapendo – naturalmente – che i due elementi erano strettamente connessi. Se il dramma è stato sviluppato grazie a un linguaggio specifico (la drammaturgia) e ai modi in cui gli autori e le autrici hanno compreso e innovato quel linguaggio, l’Intelligenza Artificiale poteva essere considerata un nuovo linguaggio della creatività. Come aveva detto Brenda Laurel nel suo Computer as Theatre il computer non era un calcolatore ma uno strumento di rappresentazione. L’Intelligenza Artificiale poteva essere un’ulteriore modalità della mimesi, così come la scrittura drammatica, il montaggio cinematografico, la pittura o la scenografia. A cavallo tra gli anni Novanta e il Duemila, furono numerose le istallazioni, le opere digitali, e le performance in cui gli artisti e le artiste scrivevano algoritmi per la creazione delle loro opere. Ciò richiedeva una forte ibridazione di saperi in cui intervenivano le abilità informatiche, ma soprattutto si concepiva l’atto del coding come una scrittura creativa. Scrivere linee di codice non era un’attività accessoria e funzionale bensì costitutiva il vero e proprio atto creativo dell’artista. Così come uno scrittore teatrale definisce i comportamenti dei personaggi utilizzando il linguaggio naturale e i codici della drammaturgia, Mateas ha scritto le regole secondo le quali quei comportamenti potevano emergere autonomamente. Quando, sul volgere del 2022, Open AI ha lanciato il suo ChatGPT il tema dell’Intelligenza Artificiale è esploso nel dibattito pubblico e nella esperienza quotidiana in un modo così clamoroso da eguagliare quella sensazione di rivoluzione culturale che ha avuto l’avvento di Internet. L’intelligenza Artificiale sembra destinata a influenzare i nostri comportamenti quotidiani e la società così come hanno fatto motori di ricerca, i social media, la connettività diffusa e costante. Naturalmente ciò ha avuto riflesso anche nelle pratiche artistiche e non ultima in quella performativa e teatrale. La nuova percezione dell’individuo nella società dell’iperconnessione, della liveness, della Realtà Virtuale, è ulteriormente arricchita (o forse complicata) dall’introduzione della agency artificiale. La pratica performativa ha prontamente abbracciato queste possibilità, spesso incorporando i nuovi dispositivi tecnologici tra gli strumenti a propria disposizione: d’altronde il palcoscenico teatrale ha sempre accolto con interesse le soluzioni tecnologiche come strumento di rappresentazione e spettacolarizzazione dell’evento. Va però notato che rispetto alla cosiddetta rivoluzione digitale, la performance teatrale contemporanea ha voluto spesso problematizzare la pervasività dei dispositivi e degli algoritmi, come ha dimostrato Annie Dorsen nel suo On Algorithmic Theatre. L’avvento di prodotti commerciali nati dal successo dei Large Language Models, come appunto ChatGPT, riporta però il discorso sulla differenza tra strumento e linguaggio. Per un verso questi applicativi si offrono alla creazione artistica insieme agli altri dispositivi come i visori di Realtà Virtuale o i sensori; dall’altro rischiano di offuscare il lavoro sul linguaggio lasciando gli artisti e le artiste nel ruolo di utilizzatori finali o – nei casi migliori – di coloro che problematizzano questi strumenti in una prospettiva politica e sociale. La questione dell’Intelligenza Artificiale come linguaggio di rappresentazione si scontra con la natura commerciale di alcuni strumenti. Da un lato, vediamo lo sviluppo della Hacking Creativity per cui “piratare” prodotti esistenti costituisce l’obiettivo dell’opera e ne fonda anche lo statuto estetico; dall’altro, possiamo immaginare una maggiore ibridazione di saperi nella creazione artistica e l’affermarsi di nuovi linguaggi per la performance sempre più computazionali.

